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venerdì 2 marzo 2018
martedì 17 gennaio 2017
venerdì 18 marzo 2016
Report da Silvan
"Sono contenta che siate venuti da molto lontano, in questa terra piena
di violenza. Con la vostra presenza ci date un grande aiuto per
continuare a resistere". Sono le parole con cui ci accoglie Zuhal, co-sindaca di Silvan.
In
effetti gia' qui la situazione si fa piu' complicata: lo scorso 5
Settembre i due co-sindaci di Silvan sono stati destituiti e messi in
carcere, dal governo, con l'accusa di aver appoggiato il processo di
autonomia democratica.
Uno dei due e' riuscito a scappare e l'altra e' stata liberata proprio ieri.
La poltrona del sindaco quindi e' sempre vuota e Zuhal e' stata eletta dal consiglio municipale come sostituta.Zuhal
e' una ragazza dı 35 anni, e' stata giornalista dell'agenzia
indipendente Diha ad Istanbul. Per avere scritto un articolo sulla
manifestazione dei lavorotari per il primo maggio, ha scontato due anni
di carcere per "incitamento alla rivolta".
Ci racconta degli sforzi che l'amministrazione sta facendo nei confronti delle donne. Esiste un tavolo di donne che si occupano di salute, istruzione ed economia per le donne stesse. L'approccıo
non e' individuale, nel senso dı dare soltanto un aiuto a ciascuna
persona, ma collettivo al fine di rafforzare i legamıi e l'aiuto
reciproco tra le donne di Silvan.Questo approccio
'collettivo' e' la chiave per abbattere i muri e le catene di una
societa' ancora in parte 'feudale' come quella di Silvan, dove spose
bambine e violenza domestica, sono ancora problemi da superare.
Prima
di andare a visitare i quartieri della citta' sottoposti al coprifuoco,
consegnamo a Zuhal il patto di amicizia che il nostro comune, di
Fidenza, ha stipulato con Silvan e Kobane.Si tratta di una dichiarazione di solidarieta' e di condivisione dei valori di giustizia, pace e democrazia. La
co-sindaca e' molto grata e felice di questo sostegno e si impegna a
fare un consiglio comunale in cui contraccambiare questo gesto.Insieme poi ci impegnamo a tentare di approfondire questo legame di amicizia e solidarietà.
A questo punto ci spostiamo nella città vecchia. Il
coprifuoco qui e' stato dichiarato 6 volte. 5 di queste per un periodo
tra i 2 e i 4 giorni, la sesta volta per 13 giorni consecutivi.In questo periodo 700 uomini dei reparti speciali dell'esercito hanno invaso la citta'. 18
persone sono state uccise, tra loro anche donne e bambini. Quasi tutte
queste morti sono avvenute mentre le persone cercavano di spostarsi da
una casa ad un'altra per recuperare cibo o prestare soccorso.Non
era possibile per i familiari recuperare i corpi dei morti, e quando
tentavano di farlo venivano sistematicamente attaccati dalla polizia.
La ragione ufficiale addotta per indire il coprifuoco e' 'eliminazione di attivita' ed organizzazioni terroristiche'.
Zuhal
pensa invece che il vero obiettivo sia quello di intimorire le persone
ed impedire cosi la partecipazione ad un processo volto all'autogoverno
democratico in tutte le municipalità kurde.
Camminando
per le vie di Sılvan si vedono case distrutte, pareti crivellate da
centinaia di colpi di proiettile, case abbandonate, macerie in giro.
Non
so quanti proiettili siano stati sparati, migliaia e migliaia, un
numero impressionante, nel bel mezzo di quartieri densamente abitati.
Ma
per fortuna si vedono anche muri stuccati di fresco, finestre riparate
con lo stesso nastro adesivo, porte nuove all'ingresso di tante case,
Siamo stati anche intervistati da un giornalista di Diha e poi abbiamo pranzato ospiti della co-sindaca.
L'abbiamo infine salutata con la speranza di poter ricambiare e accoglierla nella nostra citta'.
Siamo quindi ritornati ad Amed ad eccoci qui a scrivere.
Con il Kurdistan nel cuore
Marco e Nelly
domenica 8 marzo 2015
Ocalan: la nostra rivoluzione è la rivoluzione delle donne
Messaggio di saluto per l’8 marzo del rappresentante del popolo curdo Abdullah Öcalan di quest’anno!
“Uguaglianza
e libertà possono essere ottenute solo a partire dalla questione
femminile. Per questo la nostra rivoluzione è una rivoluzione delle
donne,” recita il messaggio del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan
per l’8 marzo, Giornata Internazionale delle Donne.
Ceylan
Bağrıyanık, Congresso delle Donne Libere (KJA, già DÖKH) componente
della delegazione di İmralı, ha letto un messaggio del leader del popolo
curdo Abdullah Öcalan per l’8 marzo, Giornata Internazionale delle
Donne. Leggendo il messaggio indirizzato alle donne, che già si sono
raccolte nel villaggio di Mehser, al confine di Kobanê, Bağrıyanık ha
riferito il seguente messaggio del leader curdo: “Le donne hanno aperto
gli occhi verso una nuova vita e civilizzazione personificata a Kobanê
nello spirito della resistenza di Arin Mirkan. Con questi sentimenti vi
saluto con rispetto, donne coraggiose, e celebro la vostra Giornata
Internazionale delle Donne.”
‘Un amore sociale e comunitario’
Öcalan
ha sottolineato che vogliono incrementare la libertà delle donne,
proseguendo come segue: “Ora tutto il mondo ha iniziato a vedere la
resistenza delle donne e a rappresentare questa bellezza su riviste e
giornali. È da qui che è cresciuta la passione per la libertà delle
donne. Per questa realtà bisogna conoscere il Kurdistan e la sociologia
dell’amore nella realtà curda. Non rinnego l’amore, l’affetto e la
famiglia. La lealtà rispetto a questo è una lealtà nobile, ma non
significa niente senza una vita libera. Ciò di cui parlo è un amore
sociale e comunitario.”
‘La donna più bella è quella che conduce una vita libera’
Nel
suo messaggio il leader curdo ha detto che la libertà delle donne è per
lui la cosa più importante, sottolineando che per lui la donna più
bella è quella che conduce una vita libera. Ha proseguito; “Nessuna
bruttezza può essere disonorevole e disgustosa come unirsi e integrarsi
con donne schiave e uomini dominanti. Nessuna unità e integrità potrebbe
essere bella e giusta come vivere una vita libera con donne libere e la
mascolinità liberata dal dominio. Ormai da 30 anni tutti i miei
sostenitori più importanti sono le donne. Il mio dialogo e accordo con
le donne è importante. Migliorerete il contratto sociale delle donne che
devono combattere tutti i tipi di pratiche dal femminicidio alla
circoncisione femminile e allo stupro. Va affrontato in modo
approfondito. Non fidatevi degli uomini e distruggete il dogma maschile.
Fidatevi della vostra femminilità. Uguaglianza e libertà possono essere
ottenute solo a partire dalla questione femminile. Questa è la ragione
perché la nostra rivoluzione è una rivoluzione delle donne.”
‘Senza donne non può esistere alcuna vita’
Evidenziando
che non può esistere vita senza donne e nessuna etica e estetica senza
libertà, il leader curdo ha detto: “Quella che chiamo etica delle donne è
il potere delle donne di decidere. Accettare o permettere è
inaccettabile per una donna. Le donne devono rivendicare di appartenere a
loro stesse e a nessun altro, compresi i loro mariti, padri, fratelli o
sorelle. Le donne devono essere se stesse e la formula per compiere
questo è lavorare con passione, concentrarsi per illuminare l’oscurità.”
‘Non posso far parte di un paese dove le donne vengono uccise’
Sottolineando
che il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sta dicendo l’esatto
opposto, Öcalan ha detto: “Sta parlando di tre figli e di sposarsi
presto. Lo sta dicendo deliberatamente, come lo sto dicendo io. Le due
prospettive si contrappongono. Vedremo chi vincerà, o lui o noi. La
libertà delle donne è il primo articolo nei titoli della Risoluzione
Democratica che ho evidenziato. Non lo capiscono, chiedendo ‘cosa
c’entra questo con una risoluzione democratica?’ Io parlo in modo
chiaro; la libertà delle donne ha un’evidente relazione con una
risoluzione democratica. Come ho detto prima, non posso fare parte di un
paese dove così tante donne vengono uccise. Il raggiungimento di una
risoluzione dipende dallo stato della libertà. La condizione delle donne
e la libertà per me sono fondamentali.”
‘Sono vostro compagno per la risoluzione’
Il
messaggio di Öcalan prosegue; “So che le donne traggono forza da me e
io mi identifico come vostro compagno per la risoluzione. La cultura del
dominio maschile vecchia di cinquemila anni è una cultura dello stupro.
Con le donne libere stiamo cercando di rivitalizzare la realtà delle
donne, vecchia di novemila anni. Questa è la ragione per la quale il
lavoro delle donne costituisce l’essenza di tutti i nostri sforzi
negoziali perché la questione delle donne è una questione politica,
economica e sociologica. Il mio dialogo con lo stato si basa sull’unire
il progetto di società democratica in favore della libertà delle donne.”
‘Io sono libero, anche voi sarete libere’
Il
leader curdo ha concluso il suo messaggio con le seguenti osservazioni:
“Lo slogan delle donne ‘Non saremo libere finché non sarà liberato
Öcalan’ è bello perché io sono libero e anche voi sarete libere. Su
questo confido molto in voi, donne resistenti. Devo dire che il fatto
che per la prima volta delle donne sono parte di una delegazione
negoziale in questo processo storico è di importanza storica. Credo che
il 21° secolo vedrà la liberazione delle donne. Su questa base vi saluto
con amore e rispetto e vi auguro successo nella lotta per la libertà.”
domenica 21 dicembre 2014
Simbel , un simbolo della lotta internazionale
Il
seguente articolo è una traduzione dall’inglese di“Enternasyonal
mücadelenin simgesi: Sibel” che originariamente è apparso su Özgür
Gündem.
La resistenza contro l’ISIS a Kobanê la quale è in corso da più di tre mesi è diventata un simbolo della lotta internazionale.
Sibel
Bulut una combattente dell’MLKP che ha perso la vita resistendo a
Kobane dove stava combattendonel nome della solidarietà internazionale è
entrata nella storia insieme a persone come Arîn Mîrkan e Kader
Ortakaya.
La
sezione di Istanbul del Movimento democratico delle donne
libere(DÖKH)ha diramato un comunicato sctitto su Sibel Bulut(nome di
guerra: Sarya Özgür)che ha perso la sua vita combattendo contro ISIS.
Nel
comunicato,che indica come la rivoluzione delle donne ha continuato a
crescere nel Rojava,si afferma che tutti gli attacchi contro Kobanê ed
il Rojava più in generale sono stati effettuati consapevolmente[A causa
di questo fatto].
Sono diventate la strada per la libertà
Il
comunicato ha richiamato l’attenzione su tutti i combattenti di sesso
femminile che sono state uccise a Kobanê:la compagna Sarya, una
guerriera nella nostra lotta per la libertà delle donne che con tutto il
cuore ha difeso la rivoluzione sulle barricate a Kobanê,ha dimostrato
che la nostra lotta per la libertà è per tutti i popoli del Kurdistan e
in Turchia e che non intendono tirarsi indietro da questa unità,proprio
come ARIN Mîrxan e tutti i nostri compagni di sesso femminile e tutti i
nostri martiri hanno anche dimostrato per questa ragione.Hanno aperto la
strada alla vittoria e alla libertà per Kobanê e per la rivoluzione
delle donne.”
Kobanê sarà incoronata con la vittoria
Il
comunicato ha proseguito affermando che Sibel è passata alla storia
come un simbolo delle di resistenza e di libertà delle donne,”Come tu
hai portato la rivoluzione in tutte le direzioni ti facciamo questa
promessa compagna Sarya:Kobanê sarà incoronata con la vittoria,Kobane
verrà liberata e la marcia della rivoluzione delle donne continuerà
nonostante tutti gli attacchi.Insieme costruiremo il socialismo
democratico e la nazione democratica “.
sabato 8 novembre 2014
Lettera da Kobane
Kader Ortakaya, uccisa ieri al confine dai soldati, prima di entrare a
Kobane aveva scritto una lettera da far avere alla sua famiglia.
Ortakaya ha perso la vita prima che la lettera raggiungesse i suoi
genitori. Nella lettera ha scritto che andava a Kobane per combattere
per l’umanità e chiedendo alla sua famiglia di sostenere la sua lotta.
Ortakaya faceva parte dell’Iniziativa Partito per la Libertà Sociale
(TÖPG) e studiava all’Università Marmara.
Ecco la lettera scritta da Ortakaya alla sua famiglia prima di andare a Kobane per unirsi alla storica resistenza:
“Cara famiglia,
Sono a Kobanê. Questa guerra non è solo una guerra del popolo di Kobanê, ma una guerra per tutti noi. Mi unisco a questa lotta per la mia amata famiglia e per l’umanità. Se oggi manchiamo nel vedere questa guerra come una guerra per noi, resteremo soli quando domani le bombe colpiranno le nostre case. Vincere questa guerra significa che vinceranno i poveri e gli sfruttati. Io credo di poter essere più utile unendomi a questa guerra che andando a lavorare in un ufficio. Probabilmente vi arrabbierete con me perché vi rendo tristi, ma prima o poi capirete che ho ragione.
Auguro a tutte e tutti di vivere liberamente e da uguali. Non voglio che nessuno venga sfruttato per tutta la vita per avere un pezzo di pane o un riparo. Perché questi desideri si avverino, bisogna lottare e combattere.
Ritornerò quando la guerra sarà finita e Kobanê sarà riconquistata. Quando tornerò per piacere accogliete anche i miei amici. Per piacere non cercate di trovarmi. È impossibile farlo. Una delle ragioni importanti per la quale sto scrivendo questa lettera è che non voglio che facciate sforzi per trovarmi e che ne soffriate. Se mi succede qualcosa ne sarete informati.
Se non volete che venga incarcerate e torturata in carcere, per piacere non rivolgetevi alla polizia o ad altre istituzioni dello stato. Se lo farete, io, voi e i miei amici, tutti ne soffriremo. Non dite nemmeno ai nostri parenti che sono andata a Kobanê in modo che non sarò incarcerata quando tornerò. Strappate questa lettera dopo averla letta.
Se volete fare qualcosa per me, sostenete la mia lotta. Siete rimasti in silenzio rispetto a tutti i malfunzionamenti dello stato. Dite basta al fatto che la gente viene uccisa per la strada, esposta a bombardamenti con gas, bombardata come è successo a Roboski. Continuerei a partecipare alle manifestazioni e alle attività delle associazioni se vivessi con voi. Vi affido la mia lotta fino a quando tornerò.
Vi abbraccio tutti, mia madre, mio padre e Ada, Deniz, Zelal e Mahir che sta per nascere. Mando un saluto particolare a mio fratello Kadri. Farà quello che è più adatto a lui.
Vi abbraccio con tutti i miei sentimenti rivoluzionari.
Il telefono è un regalo di mio fratello. Dentro ci sono le nostre foto. Mando la mia tessera di studente a mia madre. Lasciatele comprare le sue medicine fino a quando torno.
Vi amo tutti molto.
Per il momento arrivederci”
Ecco la lettera scritta da Ortakaya alla sua famiglia prima di andare a Kobane per unirsi alla storica resistenza:
“Cara famiglia,
Sono a Kobanê. Questa guerra non è solo una guerra del popolo di Kobanê, ma una guerra per tutti noi. Mi unisco a questa lotta per la mia amata famiglia e per l’umanità. Se oggi manchiamo nel vedere questa guerra come una guerra per noi, resteremo soli quando domani le bombe colpiranno le nostre case. Vincere questa guerra significa che vinceranno i poveri e gli sfruttati. Io credo di poter essere più utile unendomi a questa guerra che andando a lavorare in un ufficio. Probabilmente vi arrabbierete con me perché vi rendo tristi, ma prima o poi capirete che ho ragione.
Auguro a tutte e tutti di vivere liberamente e da uguali. Non voglio che nessuno venga sfruttato per tutta la vita per avere un pezzo di pane o un riparo. Perché questi desideri si avverino, bisogna lottare e combattere.
Ritornerò quando la guerra sarà finita e Kobanê sarà riconquistata. Quando tornerò per piacere accogliete anche i miei amici. Per piacere non cercate di trovarmi. È impossibile farlo. Una delle ragioni importanti per la quale sto scrivendo questa lettera è che non voglio che facciate sforzi per trovarmi e che ne soffriate. Se mi succede qualcosa ne sarete informati.
Se non volete che venga incarcerate e torturata in carcere, per piacere non rivolgetevi alla polizia o ad altre istituzioni dello stato. Se lo farete, io, voi e i miei amici, tutti ne soffriremo. Non dite nemmeno ai nostri parenti che sono andata a Kobanê in modo che non sarò incarcerata quando tornerò. Strappate questa lettera dopo averla letta.
Se volete fare qualcosa per me, sostenete la mia lotta. Siete rimasti in silenzio rispetto a tutti i malfunzionamenti dello stato. Dite basta al fatto che la gente viene uccisa per la strada, esposta a bombardamenti con gas, bombardata come è successo a Roboski. Continuerei a partecipare alle manifestazioni e alle attività delle associazioni se vivessi con voi. Vi affido la mia lotta fino a quando tornerò.
Vi abbraccio tutti, mia madre, mio padre e Ada, Deniz, Zelal e Mahir che sta per nascere. Mando un saluto particolare a mio fratello Kadri. Farà quello che è più adatto a lui.
Vi abbraccio con tutti i miei sentimenti rivoluzionari.
Il telefono è un regalo di mio fratello. Dentro ci sono le nostre foto. Mando la mia tessera di studente a mia madre. Lasciatele comprare le sue medicine fino a quando torno.
Vi amo tutti molto.
Per il momento arrivederci”
domenica 2 novembre 2014
lunedì 27 ottobre 2014
Il prezzo di una donna al mercato del terrore
di Emanuela Irace – Un’intervista shock ad una giovane yazida rapita dai terroristi dello Stato islamico. Lei è riuscita a fuggire, le altre donne della sua famiglia sono rimaste prigioniere degli jihadisti.
Ci sono dolori troppo forti per essere raccontati. Le immagini ricompaiono. E la paura toglie il fiato. Difficile riuscire ad esprimere sentimenti, specie se hai solo diciassette anni e il tuo paese è in guerra. Una guerra asimmetrica. Preparata minuziosamente dall’estremismo islamico quasi un decennio fa. È il 2006, l’anno in cui la cellula irachena di Al-Qaeda si salda con lo Stato Islamico dell’Iraq. Il movimento nato per unificare sotto una unica sigla la galassia jihadista post Saddam Hussein. Ma il salto di qualità è nel 2010, quando Abu Bakra al-Baghdadi trasforma lo scacchiere siriano nella piattaforma del terrorismo internazionale finanziato da comparti geo-politici antagonisti. Ad agosto lo sceicco proclama lo Stato Islamico della Siria del Levante e dell’Europa sud occidentale. Conosciuto in Italia come ISIS. È l’inizio della fabbrica del terrore.
Il califfato tra Siria e Iraq sembra diventare un problema da affibbiare nel 2017 al prossimo inquilino della Casa Bianca. E la recente coalizione più un’operazione di facciata che una reale deterrenza. Politicamente la forza della barbarie, che negli ultimi mesi ha spazzato via intere comunità è un coacervo inestricabile. Alla volontà di riscatto sunnita verso gli sciiti – saliti al potere in Iraq in seguito all’invasione statunitense del 2003 – c’è il solito corollario. Il controllo delle risorse energetiche e la suddivisione della rendita petrolifera. Il resto è cronaca di questi giorni. Cronaca di guerra. Come per il Rojava, dove i kurdi difendono da mesi il proprio territorio e la città di Kobane. Diventata simbolo di resistenza per tutte le minoranze. Yazidi e cristiani compresi. Popolazioni perseguitate e massacrate sotto lo sguardo silenzioso della comunità internazionale. È l’emergenza profughi. Un milione e mezzo solo nella regione autonoma del Kurdistan Iracheno.
Abasha è yazida. Ha i capelli lunghi e il fisico minuto. Fino a due mesi fa viveva a ovest di Mossul. In un villaggio a pochi chilometri dal confine con la Siria. Per settanta giorni e stata ostaggio dei terroristi dello Stato Islamico. Rapita. Insieme ad altre quindici donne della sua stessa famiglia. Ora abita nel distretto di Dahuk. Nel Kurdistan Iracheno. Abasha è un nome di fantasia. Mi chiede di non essere fotografata. Ha paura della vendetta jihadista. “Se parlo le uccideranno tutte. Io sono riuscita a scappare ma loro sono ancora li”, dice. Sediamo su un tappeto. Con me c’è l’interprete. Una cooperante francese e una attivista kurda. Abasha ha gli occhi grandi e seri. La sua età è poco più di quella di mia figlia. L’abbraccio e inizia a raccontare. Con fatica. “Sono scappata due volte ma la prima non è andata bene. Mi hanno catturata e rinchiusa”.
Ti ha aiutata qualcuno?
“No. Ho fatto tutto da sola”
Hai elaborato un progetto di fuga e in che modo sei riuscita a scappare?
“Avevo notato che il momento migliore era durante la cena. C’era più confusione e meno controllo. Una sera ci siamo messi a mangiare alle otto. Eravamo in tanti. Ho preso qualcosa, del cibo, e mi sono sporcata le mani. Ho chiesto di andare al bagno per lavarmele. Invece sono entrata in una stanza dove c’erano tutti i niqab, i veli neri preparati dai jiadisti per la nostra conversione, ne ho indossato uno e sono uscita. Ho corso e sono entrata in una casa. Ma quando hanno capito che ero una delle ragazze rapite mi hanno mandata via. Allora sono andata in un altra casa. E loro mi hanno aiutata. E adesso sono qui. Ma le altre donne sono ancora prigioniere”.
Cosa succede alle donne sequestrate?
“Donne e ragazze sono vendute al mercato. Vengono portate in Siria…”.
Abasha non se la sente più di proseguire. “Può raccontarti lui” mi dice indicandomi l’interprete, “lui lo sa. Era presente quando sono arrivata qui. Sono passati pochi giorni e per me è troppo doloroso. Troppo faticoso parlare..”. L’interprete è un ragazzo giovane. Mi dice che quando Abasha è arrivata al villaggio è stato straziante. Ha raccontato di una bambina violentata da 20 soldati. E la paura che potesse succedere anche a lei. E poi la fuga. E le botte. Dice che lei non è stata violentata. Ma non riesce più a dormire e ha smesso di sorridere. Ha il terrore che possa succedere qualcosa alle donne della sua famiglia.
Quanto costano e a chi vengono vendute le donne rapite?
“I prezzi variano dai 30.000 dinari ai 200 dollari. Ma adesso non valgono più niente. Spesso vengono cedute e basta. O usate dai soldati dello Stato Islamico. Abasha non è stata valutata. Ma è stata trattenuta, il suo prezzo sarebbe stato 200 dollari. Quelli che le comprano sono capi di tribù arabe e gli sceicchi delle Monarchie del Golfo .”
La comunità yazida accoglie queste ragazze?
“Adesso le accoglie. Prima sarebbe stato diverso. Meno di un mese fa Babasher, uno dei capi della comunità yazida responsabile del Consiglio Religioso, ha detto pubblicamente che bisogna rispettare le ragazze rapite. Ha anche parlato di aiuti psicologici e ha chiesto l’appoggio di associazioni europee”.
Abasha si alza in piedi e mi saluta. Si è fatto tardi anche per noi. Le dico di essere forte. Annuisce senza sorridere. Poi mi abbraccia.
fonte : NoiDonne
lunedì 13 ottobre 2014
Kobani, le lacrime di chi combatte per la vita
Mi sono ricordata di te e ho pianto. Azad ha una bella voce. Anche lui ha pianto quando stava cantando. Anche a lui manca sua madre che non vede da un anno.
Ieri abbiamo aiutato un amico ferito. É stato ferito da due proiettili. Non sapeva molto della seconda ferita quando stava indicando la prima pallottola nel petto. Stava sanguinando troppo dai suoi fianchi. Abbiamo fasciato la ferita e gli ho dato il mio sangue. Siamo nel lato est di Kobani, madre…A sole poche miglia ci troviamo tra noi e loro. Vediamo le loro bandiere nere, sentiamo le loro radio, qualche volta non capiamo cosa dicono quando parlano lingue straniere, ma possiamo dire che sono spaventati.
Noi siamo un gruppo di nove combattenti. Il più giovane Resho è di Afrin. Ha combattuto a Tal Abyad è si unito a noi. Alan è di Qamishlo, la zona migliore ,ha combattuto a Sere Kaniye e poi si è unito a noi. Ha qualche cicatrice sul suo corpo. Ci ha detto che sono per Avin. Il più vecchio è Dersim, viene dalle montagne di Kandil e sua moglie ha subito il martirio a Diyarbekir e lo ha lasciato con 2 bambini.
Siamo in una casa alla periferia di Kobani. Non sappiamo molto dei suoi proprietari. Ci sono foto di un uomo anziano e una di un giovane uomo con un nastro nero, un martire… C’è una foto di Qazi Mohamad, Mulla Mustafa Barzani, Apo e una vecchia mappa ottomana che cita il nome Kurdistan.
Non abbiamo avuto il caffè per un po‘, abbiamo scoperto che la vita è bella anche senza caffè. Onestamente non ho mai avuto un caffè buono come il vostro mamma. Siamo qui per difendere una città pacifica. Non abbiamo mai preso parte all’uccisione di nessuno, invece abbiamo ospitato molti feriti e rifugiati dei nostri fratelli siriani. Stiamo difendendo una città musulmana che ha decine di moschee. Le stiamo difendendo da forze barbare.
Mamma, io vi verrò a trovare una volta che questi sporca guerra, che è calata su di noi, sarà finita. Io sarò lì con il mio amico Dersim che andrà a Diyarbekir per incontrare i suoi figli. A noi tutti manca casa e vogliamo tornare, ma questa guerra non sa cosa significa mancare.
Forse non tornerò madre. Allora sii certa che ho sognato di vederti per così tanto tempo ma io non sono stata fortunata.
So che visiterete Kobani un giorno e cercherete la casa che ha visto i miei ultimi giorni… è sul lato est di Kobani. Parte di essa è danneggiata, ha una porta verde che ha molti buchi da colpi da cecchino e vedrete tre finestre, su di una sul lato est, vedrete il mio nome scritto in inchiostro rosso … Dietro quella finestra madre, ho aspettato contando i miei ultimi momenti, guardando la luce del sole mentre penetrava nella mia stanza dai fori di proiettile in quella finestra... Dietro quella finestra, Azad ha cantato la sua ultima canzone su sua madre, aveva una bella voce quando diceva “mamma mi manchi”.
tua figlia Narin (da Retekurdistan.it)
“Mi sono ricordata di te e ho pianto” scrive alla propria madre una miliziana kurda delle Unità di difesa del popolo asserragliata nella Kobanê assediata. E sembra di vederla quella mamma simile alle donne incontrate sulla via d’un più antico dolore.
Scempi che si rinnovano e trovano nuovi attori nei jihadisti dell’Isis che assediano il simbolo d’una speranza, mentre sono rinnegati da islamici pronti a rigettare ogni presunzione di guerra santa. Una santificazione che appare malata e percorre esaltazioni prodotte dall’imperialismo, quello arabo saudita da anni suggeritore e finanziatore di certo fondamentalismo, quello occidentale cui piace il fuoco della “pax romana”. Sembra la santificazione reazionaria della guerra ‘igiene del mondo’ percorsa dai nazionalismi più biechi, anche quando a cantarne le lodi erano aedi d’indubbie qualità letterarie come Ernst Jünger e Louis-Fernand Céline. Diversamente da loro c’è chi non crede alle guerre come “il più potente incontro fra popoli”. C’è chi come la guerriglia kurda le combatte, è costretta a combatterle, sia che si ribelli cercando una società nuova, sia che si difenda opponendo dignità e speranze, rincorrendo un futuro di vita, non di morte.
Non lanciamo manicheismi. Non si vuole santificare una parte e mostrare gli avversari come demoni senz’anima. Fuori da apriorismi ideologici, s’osserva un panorama fortemente ideologizzato che espone chiaramente da un lato il senso di coesione e gestione armonica dell’esistenza non inficiata da esasperazioni etniche, religiose, politiche, all’opposto un desiderio d’imposizione, omologazione, pensiero unico. Due tipologie di presente e futuro, una rivolta alla vita, la seconda oscura come i propri vessilli. Vorremmo leggere, se mai verrà scritta, la missiva d’un jihadista dell’Isis alla propria madre, per comprendere se al possibile lirismo mostrato da altri esaltatori della sopraffazione s’unisce l’afflato del sentimento. Ora abbiamo sotto gli occhi le descrizioni minute di chi ha un gran cuore: un manipolo di nove combattenti asserragliati in una casa difesa con armi leggere. Tutto mentre il nemico bombarda dalle colline e possibili ‘alleati’ sono fermi sul proprio confine. C’è speranza nella mente della guerrigliera Narin, c’è anche l’ipotesi di non poter vedere cosa accadrà domani. E lo strazio delle madri che sopravvivono ai figli è attenuato solo dall’ideale di trovare nel loro sacrificio un percorso che continua. Salvare Kobanê è l’impegno di Narin e dei guerriglieri dell’Ypg perché la vita prosegua.
fonte contropiano.org
mercoledì 8 ottobre 2014
Il sacrificio di Arîn Mirkan, la linea della resistenza delle YPG
6 ottobre 2014
Il centro stampa delle YPG (Unità di Difesa del Popolo) ha rilasciato una dichiarazione sugli ultimi scontri a sud e a est di Kobanê, in cui si afferma che ci sono stati combattimenti corpo a corpo in 50 punti. Ha anche annunciato che una donna combattente, Arîn Mirkan, ha condotto un attacco suicida a Miştenur. Le YPG hanno affermato che 74 componenti delle bande [di ISIS] sono stati uccisi e che anche 15 combattenti [delle YPG] hanno perso la vita nel corso di scontri.
Le YPG hanno anche fornito dettagli sull’identità della combattente della YPJ Arîn Mîrkan che si è sacrificata in un attacco contro postazioni delle bande a Miştenur.
Combattimenti corpo a corpo in 50 punti
Le YPG hanno riferito che “Le nostre forze stanno continuando a resistere agli attacchi delle bande [di ISIS] contro Kobanê, che sono ora al 20° giorno. Dalla prima mattina di oggi ci sono stati combattimenti corpo a corpo nelle zone di Megtel e Botan nel sud e nell’est della città. Abbiamo accertato che 74 componenti delle bande [di ISIS] sono stati uccisi in questi scontri.”
Sono morti 15 combattenti delle YPG/YPJ
La dichiarazione afferma che 15 combattenti delle YPG/YPJ sono morti eroicamente resistendo agli attacchi delle bande [di ISIS] contro Kobanê
Il sacrificio di Arîn Mirkan, la linea della resistenza delle YPG
“La compagna Arîn, una delle 15 nostre compagne e compagni caduti, ha condotto un’azione contro le bande [di ISIS] sacrificando la sua vita. Con questa azione ha ucciso dozzine di componenti delle bande [di ISIS] e dato prova della determinazione della resistenza delleYPG e YPJ. Se necessario, tutti i/e le combattenti delle YPG e YPJ seguiranno il suo esempio e alle bande [di ISIS] non verrà permesso di raggiungere il loro obiettivo di conquistare”, hanno sottolineato le YPG e fornito i seguenti dati sull’identità della combattente delle YPJ:
Nome di battaglia: Arîn Mîrkan
Nome e Cognome: Dilar Gencxemîs
Nome della madre: Wahîde
Nome del padre: Şûkrû
Luogo di nascita: Afrîn
Caduta il: 5 ottobre 2014 a Kobanê.
domenica 20 aprile 2014
Rezan & Ayşe, il cuore nella lotta
Le 2 sindache kurde più combattive e toste , che abbiamo incontrato durante la nostra settimana al Newroz...il filmato su Rezan & Ayse è visibile su youtube ... e
visto che si avvicina il 25 aprile, per ciascuna di loro "esistere è resistere"!
Hasta la victoria
domenica 4 novembre 2012
Berivan e Battal
"Nascere kurda è stato un
peso enorme sulle mie spalle e su quelle della mia famiglia”, inizia Berivan,
ventinove anni, mentre sediamo per la nostra intervista all’interno di un caldo
cafè a 50 metri da St Martin in the Fields, all’angolo di Trafalgar Square a
Londra, dove un gruppo di kurdi sta effettuando uno sciopero della fame di tre
giorni in solidarietà con la storica azione di massa che sta avvenendo in
Turchia.
Lo sciopero della fame in Turchia sta entrando nel quarantacinquesimo giorno mentre Berivan ha appena terminato il suo primo giorno e sembra già aver freddo ed essere affaticata, ma assolutamente determinata.
Suo fratello Battal sta terminando il decimo giorno dello sciopero della fame di massa a tempo indeterminato in una cella del carcere di Izmir, in parte la ragione per cui Berivan ha aderito alla protesta in solidarietà di Londra.
"I problemi sono cominciati nel momento in cui sono nata”, continua Berivan, afferrando la sua bottiglia di plastica di acqua zuccherata.
Mi sento improvvisamente in colpa per averla condotta in un cafè per l’intervista ma almeno c’è un momentaneo tepore, a differenza dell’esterno, dove i pungenti venti del nord sferzano i freddi scalini di calcestruzzo della chiesa.
"Il mio nome è Berivan ma a scuola e in presenza degli ufficiali dello stato turco ho dovuto far finta di chiamarmi Ufuk”.
“Sono in sciopero della fame a causa delle innumerevoli ingiustizie e discriminazioni che i Kurdi affrontano in ogni singolo ambito di vita in Turchia. Quando ho lasciato la scuola sono andata all’università, ma come può una persona concentrarsi quando il suo popolo subisce ingiustizie così grandi, è impossibile!”
"Mio fratello Battal frequentava l’università a Smirne e durante le campagne di disobbedienza civile, appena prima delle elezioni in Turchia del 2011, voleva chiedere al rappresentante locale del BDP se fosse stato possibile allestire una ‘Tenda per la Democrazia’ in solidarietà all’interno della sua università”
"La polizia aveva intercettato il telefono e stava ascoltando la conversazione. Quella sera hanno fatto irruzione in casa sua e l’hanno arrestato ed accusato di essere un membro di un’organizzazione ‘terroristica’. Gli hanno detto che erano in possesso di prove riguardanti il fatto che stava organizzando l’invio di tende a Qandil per i guerriglieri del PKK!”.
“Riesci ad immaginarlo? Adesso è in carcere a causa di quella chiamata in cui voleva chiedere al BDP di allestire una tenda all’interno della sua università!”.
"Queste sono le persone comuni che riempiono le carceri della Turchia a causa dei cosiddetti processi KCK” “Etichettano come ‘terrorista’ chiunque faccia ordinarie attività in favore dei diritti dei kurdi”.
"Ha chiesto di parlare in kurdo durante il suo cosiddetto ‘processo’ e non l’hanno ancora condannato nè processato!”
Quando chiedo a Berivan quali sono le condizioni in carcere di suo fratello minore, comincia per la prima volta durante l’intervista a rigirarsi le dita e la sua bocca trema.
Mi pento immediatamente di averle fatto questa domanda. Dopo qualche istante si riprende e mi guarda negli occhi.
"Mia madre non lo sa….” Lacrime cominciano ad apparire nei suoi occhi ma si riprende di nuovo e continua.
Il nostro traduttore, anche lui in sciopero della fame, si piega in avanti e spiega velocemente che la madre di Berivan non sa che Battal partecipa allo sciopero della fame; Berivan e la sua famiglia pensano che se lo sapesse, la sua salute potrebbe essere compromessa e probabilmente morirebbe lei stessa.
"Non riceviamo più lettere, le autorità penitenziarie le hanno bloccate”, si ferma di nuovo per riprendersi.
"Sai, mio fratello adora i film, nelle mie lettere gli scrivevo resoconti dettagliati e recensioni ma adesso…” soffoca. Io soffoco. Il traduttore soffoca. Dopo una lunga pausa, dice: “Adesso sto semplicemente calcolando quante altre lettere posso spedirgli….”.
Più tardi, dopo essersi ripresa, aver di nuovo rigirato le dita ed aver bevuto un sorso di acqua zuccherata, diventa provocatoria!
"Sostengo l’azione di mio fratello e se ce ne fosse bisogno farei lo stesso! Mi darei fuoco domani se ciò cambiasse la situazione del mio popolo!”
Le domando se c’è qualcos’altro che vuole aggiungere, si alza e mi guarda dritto negli occhi!
"So solo una cosa. Un giorno il mondo dovrà rispondere dei suoi crimini contro i kurdi! Nessuna potenza sulla terra potrà ostacolare il progresso della Marcia kurda per la Libertà. Coloro che lo faranno se ne pentiranno amaramente!”.
ANF NEWS AGENCY
dal blog http://hevallo.blogspot.com/
Lo sciopero della fame in Turchia sta entrando nel quarantacinquesimo giorno mentre Berivan ha appena terminato il suo primo giorno e sembra già aver freddo ed essere affaticata, ma assolutamente determinata.
Suo fratello Battal sta terminando il decimo giorno dello sciopero della fame di massa a tempo indeterminato in una cella del carcere di Izmir, in parte la ragione per cui Berivan ha aderito alla protesta in solidarietà di Londra.
"I problemi sono cominciati nel momento in cui sono nata”, continua Berivan, afferrando la sua bottiglia di plastica di acqua zuccherata.
Mi sento improvvisamente in colpa per averla condotta in un cafè per l’intervista ma almeno c’è un momentaneo tepore, a differenza dell’esterno, dove i pungenti venti del nord sferzano i freddi scalini di calcestruzzo della chiesa.
"Il mio nome è Berivan ma a scuola e in presenza degli ufficiali dello stato turco ho dovuto far finta di chiamarmi Ufuk”.
“Sono in sciopero della fame a causa delle innumerevoli ingiustizie e discriminazioni che i Kurdi affrontano in ogni singolo ambito di vita in Turchia. Quando ho lasciato la scuola sono andata all’università, ma come può una persona concentrarsi quando il suo popolo subisce ingiustizie così grandi, è impossibile!”
"Mio fratello Battal frequentava l’università a Smirne e durante le campagne di disobbedienza civile, appena prima delle elezioni in Turchia del 2011, voleva chiedere al rappresentante locale del BDP se fosse stato possibile allestire una ‘Tenda per la Democrazia’ in solidarietà all’interno della sua università”
"La polizia aveva intercettato il telefono e stava ascoltando la conversazione. Quella sera hanno fatto irruzione in casa sua e l’hanno arrestato ed accusato di essere un membro di un’organizzazione ‘terroristica’. Gli hanno detto che erano in possesso di prove riguardanti il fatto che stava organizzando l’invio di tende a Qandil per i guerriglieri del PKK!”.
“Riesci ad immaginarlo? Adesso è in carcere a causa di quella chiamata in cui voleva chiedere al BDP di allestire una tenda all’interno della sua università!”.
"Queste sono le persone comuni che riempiono le carceri della Turchia a causa dei cosiddetti processi KCK” “Etichettano come ‘terrorista’ chiunque faccia ordinarie attività in favore dei diritti dei kurdi”.
"Ha chiesto di parlare in kurdo durante il suo cosiddetto ‘processo’ e non l’hanno ancora condannato nè processato!”
Quando chiedo a Berivan quali sono le condizioni in carcere di suo fratello minore, comincia per la prima volta durante l’intervista a rigirarsi le dita e la sua bocca trema.
Mi pento immediatamente di averle fatto questa domanda. Dopo qualche istante si riprende e mi guarda negli occhi.
"Mia madre non lo sa….” Lacrime cominciano ad apparire nei suoi occhi ma si riprende di nuovo e continua.
Il nostro traduttore, anche lui in sciopero della fame, si piega in avanti e spiega velocemente che la madre di Berivan non sa che Battal partecipa allo sciopero della fame; Berivan e la sua famiglia pensano che se lo sapesse, la sua salute potrebbe essere compromessa e probabilmente morirebbe lei stessa.
"Non riceviamo più lettere, le autorità penitenziarie le hanno bloccate”, si ferma di nuovo per riprendersi.
"Sai, mio fratello adora i film, nelle mie lettere gli scrivevo resoconti dettagliati e recensioni ma adesso…” soffoca. Io soffoco. Il traduttore soffoca. Dopo una lunga pausa, dice: “Adesso sto semplicemente calcolando quante altre lettere posso spedirgli….”.
Più tardi, dopo essersi ripresa, aver di nuovo rigirato le dita ed aver bevuto un sorso di acqua zuccherata, diventa provocatoria!
"Sostengo l’azione di mio fratello e se ce ne fosse bisogno farei lo stesso! Mi darei fuoco domani se ciò cambiasse la situazione del mio popolo!”
Le domando se c’è qualcos’altro che vuole aggiungere, si alza e mi guarda dritto negli occhi!
"So solo una cosa. Un giorno il mondo dovrà rispondere dei suoi crimini contro i kurdi! Nessuna potenza sulla terra potrà ostacolare il progresso della Marcia kurda per la Libertà. Coloro che lo faranno se ne pentiranno amaramente!”.
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martedì 19 luglio 2011
Sindaco kurdo incarcerato rilasciato in Turchia
Ruken Yetisken, l'ex sindaca di Yüksekova, città a maggioranza kurda nella provincia di Hakkari, oggi ha lasciato la prigione dopo aver scontato 10 mesi di carcere.
Yetisken e' stata accusata dai magistrati di promuovere il Partito dei Lavoratori del Kurdistan , il PKK.
L'ex sindaca ha detto che pur essendo stata strappata dal suo mandato, continuerà il suo lavoro politico "dal punto in cui è stata fermata".
Van 18 Luglio (AKnews)
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domenica 3 aprile 2011
Articolo sulla visita a Bostanici
E' possibile trovare in rete l'articolo sulla visita della delegazione italiana alla cooperativa delle donne di Bostanici.
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venerdì 18 marzo 2011
Una storia
Leyla e' detenuta nel carcere di Mus da quindici anni, ne deve scontare altri
venti ... da alcuni mesi nella sua stessa cella e' arrivata la sorella,
universitaria condannata a quattro anni. Leyla ha anche un fratello,
guerrigliero del PKK e un altro che a breve dovrebbe fare il servizio militare,
che in Kurdistan vuol dire combattere contro i propri fratelli. La loro madre
ci racconta questa straziante storia con la bandiera kurda sulle spalle,
abbracciandoci e tenendoci per mano. Vuole che questa vicenda diventi di
pubblico dominio.
Ci spostiamo nella tenda delle Madri della Pace, che da mesi presidiano una
Piazza di Van e continueranno fino al 12 giugno, giorno delle elezioni
politiche turche. Questa tenda serve a sottolineare il desiderio del popolo
kurdo per una soluzione negoziata del conflitto, come sostiene anche il suo
leader Ocalan.
Questi presidi delle Madri della Pace sono presenti in molte citta' kurde.
A Mardyn la tenda e' stata recentemente distrutta; in molte citta' i kurdi
stessi fanno da scudo alle minaccie nazionaliste turche e anche questa sera a
Van abbiamo visto gruppi di ragazzotti intenti a urlare e minacciare le donne
del presidio.
Non riusciamo ad accedere ai blog piu' utilizzati, come blogspot su cui si
appoggia anche il nostro blog!
Ringraziamo quindi chi dall'Italia pubblica i nostri resoconti.
A domani
venti ... da alcuni mesi nella sua stessa cella e' arrivata la sorella,
universitaria condannata a quattro anni. Leyla ha anche un fratello,
guerrigliero del PKK e un altro che a breve dovrebbe fare il servizio militare,
che in Kurdistan vuol dire combattere contro i propri fratelli. La loro madre
ci racconta questa straziante storia con la bandiera kurda sulle spalle,
abbracciandoci e tenendoci per mano. Vuole che questa vicenda diventi di
pubblico dominio.
Ci spostiamo nella tenda delle Madri della Pace, che da mesi presidiano una
Piazza di Van e continueranno fino al 12 giugno, giorno delle elezioni
politiche turche. Questa tenda serve a sottolineare il desiderio del popolo
kurdo per una soluzione negoziata del conflitto, come sostiene anche il suo
leader Ocalan.
Questi presidi delle Madri della Pace sono presenti in molte citta' kurde.
A Mardyn la tenda e' stata recentemente distrutta; in molte citta' i kurdi
stessi fanno da scudo alle minaccie nazionaliste turche e anche questa sera a
Van abbiamo visto gruppi di ragazzotti intenti a urlare e minacciare le donne
del presidio.
Non riusciamo ad accedere ai blog piu' utilizzati, come blogspot su cui si
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Ringraziamo quindi chi dall'Italia pubblica i nostri resoconti.
A domani
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