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lunedì 29 febbraio 2016
mercoledì 25 marzo 2015
Il genocidio degli Yazidi e la solidarietà del PKK
Diyarbakir (Turchia), 20 marzo 2015, Nena News – Nel giorno e
nelle ore in cui l’alto commissariato Onu per i diritti umani accusa
Daesh (acronomo arabo per Isis) di aver compiuto un efferato
genocidio contro l’indifesa popolazione degli yazidi, popolo di origine
sincretica presente secolarmente sul territorio mesopotamico, la
delegazione italiana di Osservatori Internazionali per il Newroz 2015 –
Diyarbakir si trova proprio di fronte ai cancelli di un campo profughi
Yazid. Sono profughi dei monti del Gebel Singiār (Iraq) e il
campo rappresenta un esempio tangibile della fuga dal massacro, a quelli
che si possono definire, già oggi, i sopravvissuti.
Un signore dallo sguardo sofferto ma ancora ospitale ci racconta la
sua storia, emblema di molte altre che abbiamo ascoltato, compreso e
condiviso, con la mente attenta e il cuore solidale: “Ringraziamo il Pkk
perché se non fosse per loro (del popolo degli Yazidi) non ne sarebbe
sopravvissuto neanche uno”.
La comunità internazionale si trova di fronte ad un genocidio ancora
in corso, ancora vivido, ancora disperatamente presente in questi
giorni.
I kurdi combattenti, diramazione del partito clandestino Pkk, sono i soli ad aver aiutato la popolazione degli yazidi, ad aver garantito loro una via di fuga conquistata con il sangue ed il sudore, per poi ospitare i sopravvissuti in un evidente coerenza solidale in quella che è considerata da molti la capitale del Kurdistan Turco: Diyarbakir. Nena News
I kurdi combattenti, diramazione del partito clandestino Pkk, sono i soli ad aver aiutato la popolazione degli yazidi, ad aver garantito loro una via di fuga conquistata con il sangue ed il sudore, per poi ospitare i sopravvissuti in un evidente coerenza solidale in quella che è considerata da molti la capitale del Kurdistan Turco: Diyarbakir. Nena News
*Osservatore internazionale, delegazione Italiana Newroz 2015 – Diyarbakir (Amed)
lunedì 27 ottobre 2014
Il prezzo di una donna al mercato del terrore
di Emanuela Irace – Un’intervista shock ad una giovane yazida rapita dai terroristi dello Stato islamico. Lei è riuscita a fuggire, le altre donne della sua famiglia sono rimaste prigioniere degli jihadisti.
Ci sono dolori troppo forti per essere raccontati. Le immagini ricompaiono. E la paura toglie il fiato. Difficile riuscire ad esprimere sentimenti, specie se hai solo diciassette anni e il tuo paese è in guerra. Una guerra asimmetrica. Preparata minuziosamente dall’estremismo islamico quasi un decennio fa. È il 2006, l’anno in cui la cellula irachena di Al-Qaeda si salda con lo Stato Islamico dell’Iraq. Il movimento nato per unificare sotto una unica sigla la galassia jihadista post Saddam Hussein. Ma il salto di qualità è nel 2010, quando Abu Bakra al-Baghdadi trasforma lo scacchiere siriano nella piattaforma del terrorismo internazionale finanziato da comparti geo-politici antagonisti. Ad agosto lo sceicco proclama lo Stato Islamico della Siria del Levante e dell’Europa sud occidentale. Conosciuto in Italia come ISIS. È l’inizio della fabbrica del terrore.
Il califfato tra Siria e Iraq sembra diventare un problema da affibbiare nel 2017 al prossimo inquilino della Casa Bianca. E la recente coalizione più un’operazione di facciata che una reale deterrenza. Politicamente la forza della barbarie, che negli ultimi mesi ha spazzato via intere comunità è un coacervo inestricabile. Alla volontà di riscatto sunnita verso gli sciiti – saliti al potere in Iraq in seguito all’invasione statunitense del 2003 – c’è il solito corollario. Il controllo delle risorse energetiche e la suddivisione della rendita petrolifera. Il resto è cronaca di questi giorni. Cronaca di guerra. Come per il Rojava, dove i kurdi difendono da mesi il proprio territorio e la città di Kobane. Diventata simbolo di resistenza per tutte le minoranze. Yazidi e cristiani compresi. Popolazioni perseguitate e massacrate sotto lo sguardo silenzioso della comunità internazionale. È l’emergenza profughi. Un milione e mezzo solo nella regione autonoma del Kurdistan Iracheno.
Abasha è yazida. Ha i capelli lunghi e il fisico minuto. Fino a due mesi fa viveva a ovest di Mossul. In un villaggio a pochi chilometri dal confine con la Siria. Per settanta giorni e stata ostaggio dei terroristi dello Stato Islamico. Rapita. Insieme ad altre quindici donne della sua stessa famiglia. Ora abita nel distretto di Dahuk. Nel Kurdistan Iracheno. Abasha è un nome di fantasia. Mi chiede di non essere fotografata. Ha paura della vendetta jihadista. “Se parlo le uccideranno tutte. Io sono riuscita a scappare ma loro sono ancora li”, dice. Sediamo su un tappeto. Con me c’è l’interprete. Una cooperante francese e una attivista kurda. Abasha ha gli occhi grandi e seri. La sua età è poco più di quella di mia figlia. L’abbraccio e inizia a raccontare. Con fatica. “Sono scappata due volte ma la prima non è andata bene. Mi hanno catturata e rinchiusa”.
Ti ha aiutata qualcuno?
“No. Ho fatto tutto da sola”
Hai elaborato un progetto di fuga e in che modo sei riuscita a scappare?
“Avevo notato che il momento migliore era durante la cena. C’era più confusione e meno controllo. Una sera ci siamo messi a mangiare alle otto. Eravamo in tanti. Ho preso qualcosa, del cibo, e mi sono sporcata le mani. Ho chiesto di andare al bagno per lavarmele. Invece sono entrata in una stanza dove c’erano tutti i niqab, i veli neri preparati dai jiadisti per la nostra conversione, ne ho indossato uno e sono uscita. Ho corso e sono entrata in una casa. Ma quando hanno capito che ero una delle ragazze rapite mi hanno mandata via. Allora sono andata in un altra casa. E loro mi hanno aiutata. E adesso sono qui. Ma le altre donne sono ancora prigioniere”.
Cosa succede alle donne sequestrate?
“Donne e ragazze sono vendute al mercato. Vengono portate in Siria…”.
Abasha non se la sente più di proseguire. “Può raccontarti lui” mi dice indicandomi l’interprete, “lui lo sa. Era presente quando sono arrivata qui. Sono passati pochi giorni e per me è troppo doloroso. Troppo faticoso parlare..”. L’interprete è un ragazzo giovane. Mi dice che quando Abasha è arrivata al villaggio è stato straziante. Ha raccontato di una bambina violentata da 20 soldati. E la paura che potesse succedere anche a lei. E poi la fuga. E le botte. Dice che lei non è stata violentata. Ma non riesce più a dormire e ha smesso di sorridere. Ha il terrore che possa succedere qualcosa alle donne della sua famiglia.
Quanto costano e a chi vengono vendute le donne rapite?
“I prezzi variano dai 30.000 dinari ai 200 dollari. Ma adesso non valgono più niente. Spesso vengono cedute e basta. O usate dai soldati dello Stato Islamico. Abasha non è stata valutata. Ma è stata trattenuta, il suo prezzo sarebbe stato 200 dollari. Quelli che le comprano sono capi di tribù arabe e gli sceicchi delle Monarchie del Golfo .”
La comunità yazida accoglie queste ragazze?
“Adesso le accoglie. Prima sarebbe stato diverso. Meno di un mese fa Babasher, uno dei capi della comunità yazida responsabile del Consiglio Religioso, ha detto pubblicamente che bisogna rispettare le ragazze rapite. Ha anche parlato di aiuti psicologici e ha chiesto l’appoggio di associazioni europee”.
Abasha si alza in piedi e mi saluta. Si è fatto tardi anche per noi. Le dico di essere forte. Annuisce senza sorridere. Poi mi abbraccia.
fonte : NoiDonne
giovedì 23 ottobre 2014
Appello per la prevenzione immediata di una tragedia umana nella regione di Sinjar
Nuovi attacchi dell’ISIS ai kurdi Yezidi sui Monti Sinjar.I kurdi Yezidi si trovano ancora una volta sotto la costante minaccia di genocidio.
I terroristi dell’ISIS hanno intensificato gli attacchi, iniziati una settimana fa, per portare a termine la pulizia etnica della catena del Shengal, nel Kurdistan iracheno.
Il nuovo attacco mira ad allontanare i curdi Yezidi dalla propria terra durante la stagione invernale, per massimizzare le atrocità e le sofferenze. Le uniche forze a Shengal, che stanno proteggendo gli abitanti, sono le HPG (Forze di Difesa del Popolo) e YBS, che è l’unità di protezione degli Yezidi.
Sinjar (Shengal), una città considerata sacra dai curdi Yezidi, è stata occupata da bande ISIS fin dalla notte del 2 agosto.
Quando le bande sono entrate nella città di Sinjar e hanno appeso le loro bandiere nere, le persone sono fuggite per paura di un massacro. L’occupazione della città ha sfollato circa 200.000 curdi Yezidi.
Ci sono ancora più di 12.000 civili sui Monti Sinjar e, in questo momento, stanno affrontando un massacro. Seguirà sicuramente una tragedia umanitaria, poiché essi non hanno accesso ad acqua e cibo.
Tra i civili ci sono migliaia di bambini. La comunità internazionale, in particolare l’ONU e l’UE, non dovrebbe abbandonare i civili al loro destino. Deve essere evitata immediatamente una tragedia umanitaria, poiché vi è un alto rischio di morti per fame e sete.
L’ISIS continua a compiere crimini contro l’umanità, dopo i suoi attacchi brutali contro la popolazione nel Rojava e contro i cristiani a Mosul. L’ISIS ha dichiarato apertamente che ha intenzione di trasformare la demografia della regione. Con i suoi metodi spietati, ha gettato l’intera regione in un futuro incerto e pericoloso.
La minaccia di un nuovo massacro contro il popolo curdo Yezidi di Sinjar sta diventando una possibilità reale e il pericolo sta aumentando ora dopo ora.
Sostenere la resistenza curda contro l’ISIS significherebbe impedire l’ennesimo genocidio degli Yezidi.
KNK-Congresso Nazionale del Kurdistan
mercoledì 8 ottobre 2014
Notizie da Kobani
7 ottobre 2014
Nei quartieri a est di Kobanê sono in corso intensi e violenti scontri tra le bande di ISIS che stanno compiendo attacchi intensificati contro Kobanê e le forze delle YPG che resistono eroicamente agli attacchi. Anche gli attacchi di ISIS dal fronte sud incontrano una forte resistenza da parte delle YPG.
La storica resistenza di Kobanê contro gli attacchi delle bande continua eroicamente per il 22° giorno. Secondo informazioni da un reporter di ANHA sul posto, gli attacchi di ISIS che entrava nei quartieri a est di Kobanê sono proseguiti per tutta la notte. Rispondendo con forza agli attacchi, i combattenti delle YPG hanno inflitto gravi perdite alle bande. Mentre dagli attacchi non hanno ottenuto risultati, le bande hanno avuto dozzine di perdite.
Violenti scontri hanno avuto luogo sui fronti sud, est e ovest della città per tutta la notte. Mentre non è stato chiarito l’esatto numero delle perdite subite dalle bande, viene riferito che gli scontri nelle prime ore del mattino si sono intensificati sui fronti a est e a sud.
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