martedì 25 novembre 2014

La Mezzaluna Rossa curda lancia un appello per gli aiuti a Kobanê e Sinjar

23 novembre 2014
La campagna per gli aiuti per Kobane e Sinjar avviata da Heyva Sor a Kurdistan (Mezzaluna rossa curda)sta continuando.Il presidente dell’organizzazione di beneficienza, Suat Yalçın,ha affermato che hanno fornito milioni di euro in aiuti,e hanno chiesto alla gente di partecipare alla campagna. 
La Mezzaluna rossa curda ,che ha sede nella regione del Nord della Germania del Reno-Westfalia,continua la sua campagna di solidarietà con Kobanê e Sinjar.
Yalçın ha affermato che la campagna che hanno avviato il 5 Luglio ha assunto una nuova dimensione con gli attacchi di ISIS aggiungendo:”Molta gente è stata sfollata da questi attacchi.Dopo il 3 Agosto 6 carichi di camion sono stati inviati a Sinjar.E 250 tonnellate di cibo e 8 ambulanze sono state inviate al campo Newroz creato per gli yezidi nel cantone di  Cizire (Jazireh).Sono state soddisfatte anche le esigenze degli Yezidi nei campi del Nord Kurdistan. “
Yalçın ha aggiunto che tende sono state inviate nelle città di Amed, Şırnak, Mardin, Suruç, Malatya e Urfa per le popolazioni sfollate e 200.000 auro di attrezzature inviate a Kobanê. “Abbiamo anche fornito  un valore di 150.000 euro di aiuti per i campi per gli Yezidi a Sulaymaiyeh, Dohuk e Zakho nel Sud Kurdistan.Finora abbiamo inviato un totale di 1.825.000 euro di valore di materiali,20 tonnellate di medicine e di materiale sanitario.”
La gente deve continuare a sostenere la campagna
Suat Yalçın  ha dichiarato che la campagna sta continuando in tutta Europa,con la partecipazione della popolazione curda.Ha affermato inoltre che non sono stati in grado di assicurarsi la cooperazione delle istituzioni in Europa aggiungendo che questo ha dimostrato l’atteggiamento degli stati Europei verso i curdi.Ha detto inoltre che organizzazioni curde come la Federazione democratica degli Aleviti (FEDA),la Federazione delle associazioni degli Yezidi (FKÊ)e la Società islamica del Kurdistan(CİK) hanno lavorato con loro.
Suat Yalçın ha affermato che anche gente da America,Australia Giappone,Filippine, Georgia, Azerbaijan e Nuova Zelanda hanno contribuito alla loro campagna.Ha aggiunto che all’inizio avevano raccolto principalmente soldi,ma sono ora interessati anche a raccogliere cibo e vestiti da distribuire.
Egli ha detto che con l’arrivo dell’inverno la situazione peggiorerà. “Il nostro popolo non deve perdere il proprio spirito di mobilitazione. Ci devono aiutare con i soldi, medicine e attrezzature ospedaliere”, conclude.

sabato 22 novembre 2014

Serata di beneficenza per Kobane a Parma

Serata di beneficienza per Kobane, presso il circolo arci Zerbini, piazzale Santa Caterina n. 1 (su via Bixio) .
Alle ore 19:00 conferenza stampa sulla questione Kurda, interverranno Yilmaz Orkan rappresentante in Italia del congresso nazionale kurdo, e Nelly Bocchi membro della rete kurdistan in Italia.
A seguire cena tipica kurda, anche per vegetariani, caffè turco, musica kurda.
È necesaria la prenotazione, entro mercoledì 19, al numero 3207272604.
Vi aspettiamo numerosi!
Kobane non è sola, Kobane resiste!

domenica 16 novembre 2014

Gli Avvocati Europei Lanciano un Appello per la Rimozione del PKK dall’Elenco Europeo del Terrorismo

L’Associazione Europea dei Giuristi per la Democrazia e i Diritti Umani nel Mondo (ELDH), una organizzazione progressista senza scopo di lucro che riunisce attualmente avvocati in 18 paesi europei, ha lanciato un appello in cui si chiede la rimozione del PKK dall’elenco europeo del terrorismo, la revoca del divieto di attività, il sostegno al processo di pace e la rivalutazione legale del PKK da parte del governo tedesco, dei governi degli altri paesi europei, nonché dell’Unione europea.
Ricordando che dal 2002, su richiesta del governo turco, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) è stato indicato come un’organizzazione terroristica da parte del Consiglio dell’Unione europea, l’ELDH ha sottolineato che all’interno dell’Unione europea la Germania ha svolto un ruolo di avanguardia nel criminalizzare il PKK, vietando da oltre 20 anni al PKK e alle organizzazioni associate le attività politiche, ma anche il perseguimento di qualunque tipo di sostegno al PKK, nel senso più ampio.
“Come risultato di una tale politica, sono stati perseguiti migliaia di curdi in Turchia e negli Stati membri dell’UE. Organizzazioni associate o partiti politici e giornali curdi sono stati vietati, stazioni televisive sono state chiuse. I diritti di innumerevoli curdi e sostenitori politici alla libertà di espressione, libertà di riunione e libertà di stampa, sono stati violati da queste misure. Le disposizioni di legge in materia di stranieri, fino alle disposizioni in materia di espulsione degli stranieri, sono state applicate,” sostiene l’ELDH, sottolineando che la messa al bando del PKK non solo mette in discussione il diritto di soggiorno di decine di migliaia di curdi, ma porta anche alla loro criminalizzazione.
Nell’appello viene sottolineato che l’elenco delle organizzazioni terroristiche ha incontrato problemi generali del diritto, tra gli altri da parte dell’ex Presidente della Corte Costituzionale tedesca, Hans-Jürgen Papier, e dall’ex Relatore Speciale del Consiglio d’Europa, Dick Marty. Viene inoltre ricordato che le organizzazioni elencate sono colpite da restrizioni di viaggio e finanziarie, il congelamento di tutti i conti bancari e, allo stesso tempo, nessuna risorsa economica, finanziaria o di altro tipo, può essere erogata alla in questione o all’organizzazione.
L’appello ha evidenziato che la “lista dei terroristi non è riuscita a raggiungere una riduzione  significativa del terrorismo e può quindi essere considerata irragionevole e inefficiente. La validità giuridica del divieto di decisioni da parte dell’amministrazione in Germania o in altri paesi, anche se queste sono state confermate da decisioni giudiziarie, non può giustificare una stigmatizzazione senza limiti di un’organizzazione politica. Quando le circostanze concrete su cui si basavano non sono più valide, queste decisioni devono essere annullate. Le gravi violazioni dei diritti fondamentali causati dalle decisioni di divieto devono essere riesaminate regolarmente, per assicurarsi che siano ancora giustificate.”
Valutazione giuridica necessaria
L’ELDH ha inoltre sottolineato che politici alti in classifica e facenti parte della coalizione di governo in Germania e dei partiti di opposizione, devono riconoscere che alcuni risultati promettenti nella lotta contro l’avanzata del cosiddetto “Stato islamico” (IS) in Iraq e nelle regioni  autogovernate nella parte occidentale del Kurdistan/Siria settentrionale (Rojava), sono il risultato della battaglia senza precedenti e coraggiosa del PKK e delle sue forze alleate. Sempre meno politici mantengono i loro vecchi stereotipi nella valutazione del PKK.
“Le conclusioni necessarie devono essere tratte dal passaggio dalla guerra civile alla convivenza pacifica a titolo di esempio, come per l’Irlanda del Nord o per il Sud Africa,”​, ha aggiunto.
L’ELDH ha dichiarato che le seguenti circostanze richiedono una nuova valutazione giuridica del PKK da parte del governo tedesco, dai governi degli altri paesi europei, così come da parte dell’Unione europea:
- Nel giugno 2014 il Parlamento turco ha approvato ufficialmente i negoziati di pace tra governo turco e PKK.
- Il PKK ha già da tempo rinunciato alla lotta armata per poter perseguire gli obiettivi politici e ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti del governo turco.
- Il PKK non richiede la separazione del territorio curdo dalla Turchia, ma ora cerca un’amministrazione autonoma regionale democratica, sul modello di quella stabilita nella parte occidentale del Kurdistan/Siria settentrionale (Rojava).
- Il PKK organizza insieme con altre forze curde la resistenza armata contro le forze del cosiddetto “Stato islamico” (IS).
Chiede ai governi europei
- I sostenitori dell’appello richiedono anche al governo tedesco e ai governi degli Stati membri dell’Unione europea e ad altri governi europei, sostegno attivo al processo di pace in Turchia e in questo contesto, in particolare:
- Entrare in dialogo con il PKK, con l’obiettivo della sua legalizzazione
- L’abolizione del divieto di attività politiche per il PKK e le sue organizzazioni associate
- La fine di tutte le sanzioni effettuate ai sensi della legge riguardanti gli stranieri nei confronti di membri e sostenitori del PKK e delle sue organizzazioni associate
- Il PKK deve avere la possibilità di partecipare senza discriminazioni nel dibattito politico e nella formazione dell’opinione
- Il PKK deve avere la possibilità di avere parità di accesso ai mezzi di comunicazione e poter gestire i propri media allo stesso modo delle altre organizzazioni politiche
- L’amnistia per tutti coloro che sono stati condannati solo per l’appartenenza al PKK e alle sue organizzazioni associate o per il loro sostegno.
Chiede all’Unione Europea
I sostenitori dell’appello chiedono anche all’Unione europea il sostegno attivo al processo di pace in Turchia e in questo contesto, in particolare:
- L’abolizione generale della lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea
- Almeno la rimozione del PKK dalla lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea
Chiede al governo turco
I sostenitori di questo appello chiedono al governo turco:
- Il proseguimento costruttivo dei negoziati di pace tra il governo turco e il PKK con l’obiettivo di una pace duratura e la legalizzazione del PKK
- La legalizzazione del PKK e delle sue organizzazioni associate
- L’annullamento di tutti i procedimenti penali riguardanti l’appartenenza al PKK o alle organizzazioni associate o il sostegno di queste organizzazioni
- L’amnistia per coloro che sono stati condannati per appartenenza al PKK o alle sue organizzazioni associate o per il loro sostegno, tra cui il Presidente del PKK Abdullah Ocalan
- L’annullamento di tutte le procedure politiche in materia di libertà di espressione, libertà di stampa, libertà di riunione e di associazione e l’esercizio degli obblighi legali degli avvocati della difesa.

sabato 15 novembre 2014

Campagna di raccolta fondi

Come già in altri paesi, seguendo le indicazioni del KNK (Congresso nazionale Kurdo) e di rappresentanti dei cantoni del Rojava, anche in Italia l’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia  insieme a Rete Kurdistan Italia lancia una campagna di raccolta fondi per sostenere i profughi e alleviare le condizioni nei campi dove sono stati accolti.
Per evitare le spese di bonifico su conti esteri, abbiamo pensato di mettere a disposizione il conto corrente italiano dell’associazione Senzaconfine per la raccolta.In questo modo non verranno sprecati soldi in inutili spese bancarie, mentre tutto quanto arriverà sarà usato per gli scopi prefissati. Trasferiremo prontamente i soldi a Heyva Sor (Mezzaluna Rossa curda) che li userà per provvedere alle necessità dei profughi di Kobanê e di Şengal.

Per maggiori informazioni sulle attività di Heyva Sor nell’area, si legga qui (in inglese):


IL CONTO CORRENTE PER L’ITALIA E’ IL SEGUENTE: Conto intestato a: Associazione Senzaconfine Banca Popolare Etica – Roma IBAN: IT91W0501803200000000111215

Kobane, fortezza della Resistenza del ventunesimo secolo

Se da un lato gli attacchi delle bande armate di ISIS vedono ormai concludersi il secondo mese di combattimenti, una resistenza storica sta di pari passo continuando grazie ai guerriglieri e alle guerrigliere delle YPG/YPJ (Unità di Protezione del Popolo/Unità di Protezione delle Donne).
Enwer Muslim, co­presidente del Cantone di Kobanè, ha preso parte a una conferenza svoltasi ad Hewler (Erbil), capitale del Kurdistan del Sud. Muslim è passato da Suruç, distretto di Urfa per entrare a Kobanè. Il co­presidente Muslim ha parlato alla DIHA dei recenti sviluppi e della conferenza in Kurdistan. “La resistenza ha avuto un costo per l’umanità durante il secondo mese” ha affermato. Ed ha aggiunto “La resistenza è diventata ed ha creato speranza per un futuro a favore della democrazia, della libertà e dell’eguaglianza.”
“Kobanè è diventata la fortezza della resistenza del XXI° secolo”
Muslim ha sottolineato “Kobanè è il simbolo della resistenza” e, proseguendo il suo discorso, “Le bande armate di ISIS hanno rinforzato i loro attacchi tramite armi pesanti e sono posizionate tutte intorno allo scopo di occupare il cantone.Tuttavia, questo tentativo di occupazione si è scontrato con la storica
resistenza di Kobanè. Giovani uomini e donne di 18­19 anni stanno combattendo coraggiosamente contro armamenti pesanti. La nostra resistenza è divenuta simbolo dell’intera umanità. La resistenza curda ha impedito alle bande armate di prendere Kobanè. Circa 20 attacchi di auto bombe sono stati respinti e neutralizzati. Hanno anche provato a spaventare i civili con i loro mortai di artiglieria. Kobanè si è guadagnata l’amore e la stima della nazione, della resistenza e dell’umanità. Kobanè è divenuta la fortezza simbolo della resistenza del XXI°secolo.
“Ci basiamo sul valore dell’umanità”
Il co­presidente Enwer Muslim ha, in seguito, sottolineato riguardo alla Siria e al regime di Baath: “Il regime di Baath nega il riconoscimento di tutti i popoli ad eccezione del popolo arabo. Abbiamo dato avvio alla lotta del popolo per la libertà e l’eguaglianza già da prima della rivoluzione. Loro affermano che siamo in relazione con il regime. Si tratta di una calunnia. Abbiamo arruolato sia soldati siriani sia membri dell’esercito libero siriano che sono fuggiti dalle milizie barbare. Perchè ci basiamo e siamo ancorati all’umanità. La nostra lotta è per costruire una vita insieme attraverso una esistenza democratica e libera.
Come possono correlarci ad un regime che nega la libera esistenza dei popoli? Non stiamo in guerra; ci stiamo solo proteggendo. Siamo una forza che è parte di un progetto di pace. Stiamo usando le armi solo per difenderci. Non stabiliremo mai alcuna relazione con il regime siriano che nega il riconoscimento delle diverse identità. Vivremo tutti insieme in una Siria democratica”.
“Non siamo una minaccia per la Turchia”.
Migliaia di civili hanno scelto di non abbadonare le proprie terre a Kobanè e altre migliaia hanno iniziato a tornare nelle loro terre a mano a mano che le forze di YPG e YPJ guadagnavano terreno” nota Muslim.
Inoltre, ha affermato: “Ci sono migliaia di civili che aspettano vicino alla linea di confine. ISIS voleva mettere in atto un massacro. Critichiamo la Turchia per il suo atteggiamento e il suo approccio nei nostri confronti.
Abbiamo chiesto ufficialmente sostegno per le persone e per i combattenti di YPG e YPJ. Perciò, se ISIS occupa Kobanè in questo caso ci sarà una reale minaccia. I curdi del Rojava non sono una minaccia. La pace e l’ordine in Turchia sono positivi anche per noi”.

Kurdi e Assiri in Rojava

Nel mezzo di quello che è oggi “la Siria” siamo testimoni di eventi talmente dolorosi in cui viene condotta una pulizia religiosa ed etnica, particolarmente da parte dei gruppi armati di ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e altri gruppi affiliati ad Al­Qaeda, incluso Al­Nusra. Questi gruppi stanno conducendo i più atroci crimini e massacri contro tutti i musulmani non sunniti o chiunque rifiuti la loro ideologia radicale.
I rapporti confermano che più di 200,000 civili cristiani sono fuggiti dalle province interne della Siria come Homs e Aleppo dove non potevano più trovare alcuno che li protegesse in questa guerra senza regole. Molti tra la quelli della popolazione civile cristiana sono sfuggiti ai gruppi armati jihadisti come ISIS e Jabhat al­Nusra. Per esempio, la maggior parte dei cristiani della provincia di Al­Raqqa sono fuggiti nella provincia di Jazira dopo che ISIS ha preso il controllo di Al­Raqqa.
I cristiani rappresentano tra l’8 e il 10 % della popolazione siriana; la maggior parte di loro vive nelle provincie di Homs, Jazira, Damasco e Aleppo. Essi appartengono a diverse identità nazionali come gli assiri che parlano la lingua assira e gli armeni.
I cristiani hanno provato a rimanere neutrali nel corso delle battaglie che si sono svolte in Siria, provando anche a resistere con i nuovi signori armati nelle loro aree ma non hanno più potuto andare avanti dopo che la guerra si è diffusa dappertutto e i cristiani sono diventati il bersaglio di molti gruppi jihadisti armati, tra cui ISIS e Jabhat Al­Nusra. Questa situazione li ha forzati a implicarsi nel conflitto siriano e a prenderne parte per difendere sé stessi e la propria esistenza.
La minoranza cristiana del cantone di Jazira
Il cantone curdo di Jazira è formato da un gruppo di cittadine del Nord­est della Siria come Qamishlo, Deriki, SereKaninye, Derbassiya, Tell Tamer, Amude, Hassaka, Tell Kochar, TirbSpi e Rumeylan. Oltre a numerosi villaggi che si trovano in questo cantone curdo.
Il Cantone di Jazira fa parte del Rojava (Kurdistan siriano) che è de facto una regione autonoma nel Nord e Nord­est della Siria. L’autonomia della regione è stata dichiarata nel Novembre 2013 da parte di un gruppo fromato da organizzazioni e partiti curdi, arabi e assiri. La regione del Kurdistan siriano comprende 3 cantoni nel Nord est e nel Nord della Siria: Jazira, Kobanè e Afrin. I cristiani del cantone di Jazira hanno 50 villaggi, in aggiunta a 2 altri villaggi in cui la popolazione cristiana è mista a quella curda. Essi vivono soprattutto nelle città di Qamishlo e Hasaka e nella cittadinana di Tell Tamer.
Nella città di Qamishlo hanno un quartiere vicino al centro della città chiamato “Quartiere Al- Wusta”
Nella città di Hasaka, i cristiani totalizzano un numero di circa 20.000 su un totale della popolazione della città che conta 210.000 residenti. Vivono in 3 quartieri che sono Nasrah,Kallasah e Massaken vicini al centro della città.
Nella cittadina di Tell Tamer che conta una popolazione di 7200 residenti (secondo i dati del censimento 2004) i cristiani rappresentano la maggioranza della popolazione. Non esiste un censimento affidabile sul numero di cristiani nel cantone curdo di Jazira ma essi raggiungono sicuramente il 5% del totale della popolazione. La situazione dei cristiani presenti nel cantone di Jazira è diversa da quella dei cristiani in altre zone della Siria; qui possono godere di sicurezza più che altrove nel Medio Oriente ed hanno anche la facoltà di esibire le loro proprie bandiere e simboli ed esercitare gli stessi diritti in quanto cristiani o assiri. Lavorano con le Unità di dfesa del Popolo (YPG), l’esercito ufficiale del Rojava, al fine di tenere i jihadisti fuori dalle loro zone.
I cristiani partecipano attivamente nella battaglia del Rojava
Dopo essere divenuti il bersaglio in diversi luoghi in Iraq e in Siria, i cristiani hanno deciso di prendere le armi per difendere sé stessi e la propria esistenza. Hanno formato un gruppo di forze di sicurezza sotto il nome di “Sutoro”(che significa “protezione”). Si sono, quindi, uniti ufficialmente alle forze di sicurezza del Rojava.
Le forze di Sutoro hanno 4 quartieri generali nel Rojava, presenti nelle città di Qamishlo, Hassaka, Deriki e Tirbespiyê allo scopo di mantenere la sicurezza nei quartieri cristiani e nei villaggi accanto. Le altre forze del Rojava come Asayish lavorano sotto la responsabilità del Ministero dell’Interno del Rojava e sono dispiegate anche sulle linee del fronte per fare da retroguardia alle unità YPG. Attualmente c’è un gruppo delle forze Sutoro che sostiene le YPG attorno alla cittadina di Tell Hamis, dove le YPG cercano di respingere ISIS.
Salvare i civili a Tell Tamer
La cittadina di Tell Tamer che si trova 40 km a nord della città di Hasakah è a maggioranza cristiana. Inoltre, è doveroso menzionare che dal momento in cui i gruppi di ISIS hanno preso il controllo della provincia di Al­Raqqah, molti cristiani assiri da lì fuggiti si sono rifugiati a Tell Tamer e nelle aree circostanti. La cittadina di Tell Tamer è stata attaccata diverse volte da diversi gruppi armati islamici radicali ma l’esercito delle YPG, sostenuto dalle forze di sicurezza (Asayish e Sutoro) hanno potuto respingere tutti gli attacchi.
Le bande armate di ISIS sono posizionate a circa 13 km di distanza a ovest di questa cittadina sotto costante minaccia e possono scatenare attacchi nel momento più inaspettato! Là dove ISIS può contare su ogni sorta di armamento pesante come carri armati e artiglieria pesante, le YPG e le forze di sicurezza Sutoro e Asayish possiedono solo armi leggere. Praticamente, una situazione analoga a quella di Kobanè. Nonostante ciò, le YPG respingono ancora le offensive di ISIS in questo territorio e non le lasciano posizionarsi vicino alla cittadina. Se ISIS riuscirà ad assaltare questa cittadina, allora, migliaia di curdi e civili cristiani­assiri saranno dispersi, torturati e decapitati. E prenderanno le donne e le ragazze come schiave sessuali.
Lo stesso scenario che ripetono ogniqualvolta prendono il controllo di una nuova area. I cittadini di Tell Tamer sono molto spaventati da questo futuro incerto in cui ISIS rappresenta una minaccia giorno e notte. La sofferenza è palapabile qui. La paura è reale. Il movimento di IDP sta andando avanti. La resistenza dei curdi e dei cristiani delle YPG contro ISIS non cessa. Ma il silenzio del mondo è assordante. Il mondo agirà per aiutare i difensori di questo cantone? Oppure, passerà all’azione solo dopo che una catastrofe avrà colpito Tell Tamer?
fonte : Uikionlus 14-11-2014

lunedì 10 novembre 2014

Rapporto dalla città assediata di Kobane

Da quasi due mesi i miliziani dello Stato Islamico (IS) assediano la città curda di Kobanê nel Rojava. Ersin Çaksu è uno dei pochi giornalisti che quotidianamente riferiscono dalla città assediata.
Sono arrivato a Kobanê il 19 settembre, quattro giorni dopo l’inizio degli attacchi di IS. La maggior parte di civili che ho visto sono scomparsi. Alcuni di loro sono fuggiti in Turchia, altri purtroppo sono rimasti uccisi nei combattimenti.
A Kobanê e nei 360 villaggi circostanti vivono circa 400.000 persone. Ora sono rimaste solo 4.000 persone nelle zone sicure del centro cittadino. Altri 5.000 civili vivono a Til Sheir, un villaggio a est di Kobanê. La zona è fittamente minata e si trova tra il filo spinato lungo il confine con la Turchia e una via ferroviaria.
Quando IS ha iniziato con gli attacchi, molte persone sono fuggite in questa zona con i loro averi. Ci sono intere famiglie, ma i loro occhi sono rivolti a Pîrsûs (Suruç), la città di confine sul lato turco.
L’unica modalità di collegamento tra Kobanê e Pîrsûs è possibile con il cellulare. Le persone su entrambi i lati si preoccupano le une per le altre. Mentre i civili a Kobanê sono parte della lotta contro IS, i loro parenti a Pîrsûs come profughi lottano per la sopravvivenza.
L’est di Kobanê per via degli attacchi con i mortai e degli attacchi suicidi di IS con veicoli carichi di esplosivo e degli attacchi aerei della coalizione anti-IS sembra una montagna di detriti. Prima della guerra l’est faceva parte delle aree benestanti della città.
Anche se parte sud della città non è danneggiata quanto la parte est, ovunque è visibile la distruzione. In queste aree della città ci sono stati intensi combattimenti strada per strada e nessuna delle porte di queste case è stata aperta. Tutte le cose sono collegate tra loro tramite enormi buchi nelle pareti. È possibile passare da casa a casa attraverso questi buchi e di arrivare in un’altra parte della città, quattro o cinque strade più in la.
In ogni strada ci sono veicoli distrutti. Dall’inizio dei combattimenti le strade in città non sono state pulite e la città è stata assaltata dalle mosche. Ma ora il tempo qui è diventato più fresco e la puzza nelle strade non è più così intensa. La fame e la carenza di acqua hanno significativamente peggiorato la situazione per i cani randagi e altri animali che vivono in strada. La maggior parte dei civili sono o persone anziane o donne con bambini piccoli. Anche se non gli è permesso andare al fronte e combattere contro IS, alcuni infrangono il divieto.
Xale Osman, 67, si è armato e combatte al fianco dei suoi due figli. „Mentre qui muoiono i giovani, credi davvero che io abbia paura della morte?“, mi chiede.
Di notte i civili lasciano le loro case solo in casi di emergenza. Se qualcuno si ammala vengono avvisate le milizie locali e un veicolo delle unità di difesa (YPG/YPJ) viene e porta le persone dove ci si prende cura di loro.
Se c’è minaccia di un attacco o di altri pericoli da parte di IS, le YPG/YPJ proclamano rapidamente un’emergenza e portano le persone in altre case fino a quando è passato il pericolo.
A Kobanê c’è un’enorme solidarietà. Spostarsi per la città diventa più facile di giorno in giorno perché il primo veicolo che si incontra per strada si ferma e offre un passaggio.
Forse proprio questa solidarietà spiega perché Kobanê ha resistito così a lungo. Ci sono solo poche persone che ancora vivono nelle proprie case. Se necessario, le porte delle case sono aperte per persone bisognose in ogni momento. Quelli che ancora vivono nelle proprie case si dividono con le persone bisognose formaggio, cetrioli sottaceto, martellata e frutta secca che avevano messo da parte per l’inverno.
Anche se la gente ha poco per sopravvivere lo dividono tra loro. Quando ad esempio serve una macchina, le YPG/YPJ aprono un garage e annotano il nome del proprietario del veicolo e la targa e la macchina può essere usata.
Non ci sono attività commerciali in città. L’unico negozio che è ancora aperto è il forno. Il pane che viene cotto li viene distribuito gratuitamente alla gente. Altri generi alimentari, soprattutto i cibi in scatola provenienti dalle riserve e dagli aiuti umanitari vengono distribuiti in determinati giorni in modo uniforme. L’acqua viene distribuita in grandi bottiglie. L’amministrazione locale ogni tre giorni distribuisce anche farina. Cinque famiglie si dividono un sacco da 50 kg di farina.
Ci sono civili che vanno volontariamente al fronte per svolgere lavori di utilità comune. Aggiustano veicoli, armi e generatori in una città che da 18 mesi è senza corrente elettrica.
In molti casi aiutano i medici a trasportare i feriti, portano armi e munizioni al fronte, cucinano per i combattenti o gli cuciono vestiti.
Mentre qui piano piano arriva l’inverno le malattie e l’igiene sono diventate un problema vero.
In tutta la città ci sono solo cinque medici e per via dalla carenza di equipaggiamento sanitario e di medicine, i medici nella maggior parte dei casi possono curare le ferite solo con mezzi di fortuna. I tre ospedali nella città di Kobanê sono stati distrutti dai bombardamenti e i medici curano i feriti in un piccolo edificio.
Molti che si ammalano si rifiutano di andare dal medico. Un’anziana donna in proposito spiega che l’equipaggiamento sanitario è già scarso. „La medicina non va sprecata per noi. I nostri figli combattono e vengono feriti. Le cure sanitarie, le medicine, vanno usati per loro.“
Intanto che il cimitero di Kobanê è diventato un campo di battaglia, i morti vengono sepolti in altre parti della città. Xatun, una donna, dopo il funerale di una parente – una giovane combattente – mi dice che non hanno tempo per osservare davvero il lutto. „Non piangeremo ora. Quando Kobanê sarà liberata piangerò due volte. Una volta le lacrime scorreranno per la tristezza per i giovani che abbiamo sepolto. E poi lacrime di gioia perché hanno sacrificato la propria vita e in questo hanno liberato Kobanê.“
Ersin Çaksu, giornalista, Özgür Gündem, 07.11.2014

domenica 9 novembre 2014

Occidentali si uniscono a curdi, arabi, laici, yezidi, e cristiani siriaci contro ISIS

La lotta curda in Siria lentamente diventa internazionale dato che un numero senza precedenti di volontari stranieri si uniscono alle milizie pro-curde per combattere contro gli jihadisti di Stato Islamico (IS).
Il caso di cui si è parlato di più è quello del veterano dell’aviazione statunitense 43enne Brian Wilson e dell’ex-Marine statunitense 28enne Jordan Matson.
Secondo fonti locali all’interno della regione curda della Siria del “Rojava”, 10 cittadini statunitensi e centinaia di volontari non-curdi, compresi arabi siriani, cittadini turchi ed europei si sono già uniti alle Unità di Difesa del Popolo (YPG) che combattono contro gli jihadisti di IS.
“Non fornisco dati, ma c’è un numero considerevole di occidentali che combattono nei ranghi delle YPG e di compagne europee che si sono unite all’Unità di Difesa delle Donne (YPJ). Ci sono anche molti compagni turchi,” dice il 28enne Kristopher Nicholaidis, che ha lasciato la Grecia e si è unito alle YPG in Siria cinque mesi fa.
NICHOLAIDIS in Grecia era attivo come artista locale e usava la sua arte e la sua politica per difendere i migranti, compresi i musulmani.
“Vengo da una famiglia politicizzata e sono un socialista democratico. Ho usato la mia arte per difendere la comunità musulmana dagli attacchi avviati dai fascisti del partito Alba Dorata, ma considero gli jihadisti di IS come i fascisti del 21° secolo che costituiscono una grande minaccia a livello globale dato che diffondono barbaricamente l’islamofascismo a livello internazionale,” dice. “Credo che quindi le YPG stiano guidando la più grande lotta antifascista del nostro tempo nel combattere gli jihadisti di IS. Mi sono unito alla loro lotta contro il fascismo globale in difesa della democrazia e della pace nel Rojava curdo.”
Arsalan Celik, 26, studiava Scienze Politiche in una delle più prestigiose università turche, ma l’ha lasciata e si è unito alle YPG nell’aprile di quest’anno.
“Non sono turco-curdo, sono turco della città di Mersin. Sono venuto qui perché gli jihadisti di IS sono venuti da tutto il mondo fomentando una guerra contro l’umanità e il mio governo li aiuta. Volevo fare una presa di posizione concreta contro IS e le YPG sono l’unica milizia democratica che ho trovato nella regione che contrattacca questi jihadisti” dice.
“Ho visto molti siriani arabi musulmani e molti turchi di sinistra che combattono contro IS nei ranghi delle YPG e YPJ, ma non abbiamo fatto notizia tanto quanto i nostri compagni statunitensi,” dice scherzando e aggiunge, “Combattiamo contro gli jihadisti di IS per difendere i valori democratici di questa rivoluzione guidata dai curdi perché solo i curdi ora sono in grado di portare la pace al Kurdistan, alla Siria e alla Turchia.”
CELIK non è uno straniero per i curdi siriani perché dallo scorso anno decine di uomini e donne turchi si uniti alle YPG e YPJ e alcuni di loro hanno perso la vita.
Serkan Tosun è stato il primo combattente turco delle YPG ucciso mentre combatteva per respingere gli attacchi jihadisti per difendere la città a maggioranza curda di Serekaniye (Ras Al-Ain) nel settembre 2013.
Il 30enne Nejat Agirnasli, un accademico turco, è stato ucciso due settimane fa mentre combatteva nei ranghi delle YPG in difesa della città di Kobane.
Zuleikha Muhammad del Comitato delle Madri dei Martiri del Rojava, il cui unico figlio si unito alle YPG ed ha perso la vita l’anno scorso dice: “I volontari internazionali non sono ‘stranieri’ come qualcuno li descrive perché non li consideriamo ‘stranieri’, sono nostri figli e il Rojava è la loro patria.”
Dice: “Vogliamo bene ai volontari internazionali come ai nostri stessi figli perché stanno combattendo contro gli uomini armati di IS per difenderci e cadono martiri come i nostri figli e le nostre figlie per difendere la causa rivoluzionaria del Rojava per la fratellanza tra i popoli.”
Azad Hussein, capitano delle YPG nella città di Jaz’a, dice: “I combattenti delle YPG in maggioranza sono curdi, ma anche siriani provenienti da percorsi politici, religiosi ed etnici diversi si uniscono. Ci sono anche alcuni stranieri, è vero.”, ma rifiuta di dare numeri precisi dei combattenti stranieri nelle YPG, aggiungendo che la selezione dei volontari stranieri da parte delle YPG è un “processo complicato”.
“I compagni internazionali che sono combattenti qualificati e comprendono anche la nostra causa sono benvenuti. Tuttavia rifiutiamo chi vuole unirsi a noi solo perché disilluso rispetto alla propria vita e in cerca qualche tipo di avventura. Tra questi ultimi ci sono anche curdi europei. Rifiutiamo queste persone e abbiamo già respinto molti di loro ai nostri confini,” dice Hussein.
Il 19enne HERISH ALI, un curdo britannico, dice che ha chiesto di unirsi alle YPG con altri cinque curdi europei ad agosto, ma le guardie di confine delle YPG li hanno respinti al confine tra Iraq e Syria.
“Abbiamo incontrato i combattenti delle YPG e siamo stati con loro al valico di confine di Sihela verso il Kurdistan irakeno. Sono stati gentili e abbiamo pensato che sarebbe stato meraviglioso unirci a loro, ma ci hanno rifiutati quando abbiamo detto che eravamo studenti e che avevamo doppia nazionalità,” dice Ali.
Aggiunge: “Gli abbiamo detto che ci sentiamo disprezzati perché è come se non fossimo uomini adatti a questa lotta, ma hanno continuato a respingere i nostri argomenti e di tornare in Europa e di studiare. Poi ci hanno portati a un vicino checkpoint di peshmerga curdi irakeni, dove anche i peshmerga si sono rifiutati di prenderci come volontari.”
Alcuni esponenti della sinistra in occidente hanno iniziato a paragonare le milizie delle YPG e YPJ in Siria con le Brigate Internazionali e le milizie del POUM che operavano nella guerra civile in Spagna nel 1936, ma non è così che le YPG si percepiscono.
“Non siamo comunisti né chiediamo uno stato-nazione curdo separatista. Siamo democratici che sostengono la terza via in Siria basata sulla filosofia del Confederalismo Democratico di Abdullah Ocalan. Le YPG sono milizie popolari e il popolo è libero di sostenere qualsiasi ideologia,” dice Bahoz Berxwedan, uno dei comandanti delle YPG che gestisce letture di formazione politica nella provincia di Al-Hasakah.
“Qualsiasi democratico amante della pace può unirsi a noi, a prescindere da religione, etnia e ideologia, purché accetti i nostri principi fondamentali di uguaglianza di genere, coesistenza pacifica e autonomia di autogoverno per tutte le comunità,” spiega. “Per questo i combattenti delle YPG comprendono curdi e arabi musulmani, laici, yezidi, cristiani siriaci e anche qualche compagno statunitense ed europeo.”
 di Rozh Ahmad

sabato 8 novembre 2014

Lettera da Kobane

Kader Ortakaya, uccisa ieri al confine dai soldati, prima di entrare a Kobane aveva scritto una lettera da far avere alla sua famiglia. Ortakaya ha perso la vita prima che la lettera raggiungesse i suoi genitori. Nella lettera ha scritto che andava a Kobane per combattere per l’umanità e chiedendo alla sua famiglia di sostenere la sua lotta. Ortakaya faceva parte dell’Iniziativa Partito per la Libertà Sociale (TÖPG) e studiava all’Università Marmara.
Ecco la lettera scritta da Ortakaya alla sua famiglia prima di andare a Kobane per unirsi alla storica resistenza:
“Cara famiglia,
Sono a Kobanê. Questa guerra non è solo una guerra del popolo di Kobanê, ma una guerra per tutti noi. Mi unisco a questa lotta per la mia amata famiglia e per l’umanità. Se oggi manchiamo nel vedere questa guerra come una guerra per noi, resteremo soli quando domani le bombe colpiranno le nostre case. Vincere questa guerra significa che vinceranno i poveri e gli sfruttati. Io credo di poter essere più utile unendomi a questa guerra che andando a lavorare in un ufficio. Probabilmente vi arrabbierete con me perché vi rendo tristi, ma prima o poi capirete che ho ragione.
Auguro a tutte e tutti di vivere liberamente e da uguali. Non voglio che nessuno venga sfruttato per tutta la vita per avere un pezzo di pane o un riparo. Perché questi desideri si avverino, bisogna lottare e combattere.
Ritornerò quando la guerra sarà finita e Kobanê sarà riconquistata. Quando tornerò per piacere accogliete anche i miei amici. Per piacere non cercate di trovarmi. È impossibile farlo. Una delle ragioni importanti per la quale sto scrivendo questa lettera è che non voglio che facciate sforzi per trovarmi e che ne soffriate. Se mi succede qualcosa ne sarete informati.
Se non volete che venga incarcerate e torturata in carcere, per piacere non rivolgetevi alla polizia o ad altre istituzioni dello stato. Se lo farete, io, voi e i miei amici, tutti ne soffriremo. Non dite nemmeno ai nostri parenti che sono andata a Kobanê in modo che non sarò incarcerata quando tornerò. Strappate questa lettera dopo averla letta.
Se volete fare qualcosa per me, sostenete la mia lotta. Siete rimasti in silenzio rispetto a tutti i malfunzionamenti dello stato. Dite basta al fatto che la gente viene uccisa per la strada, esposta a bombardamenti con gas, bombardata come è successo a Roboski. Continuerei a partecipare alle manifestazioni e alle attività delle associazioni se vivessi con voi. Vi affido la mia lotta fino a quando tornerò.
Vi abbraccio tutti, mia madre, mio padre e Ada, Deniz, Zelal e Mahir che sta per nascere. Mando un saluto particolare a mio fratello Kadri. Farà quello che è più adatto a lui.
Vi abbraccio con tutti i miei sentimenti rivoluzionari.
Il telefono è un regalo di mio fratello. Dentro ci sono le nostre foto. Mando la mia tessera di studente a mia madre. Lasciatele comprare le sue medicine fino a quando torno.
Vi amo tutti molto.
Per il momento arrivederci”

venerdì 7 novembre 2014

In Kurdistan si combatte per l'umanità


Alla riconquista di Kobane

6 novembre 2014
Mentre le YPG/YPJ (Unità di Difesa del Popolo/delle Donne) continuano la loro storica resistenza contro le bande di ISIS che attaccano Kobanê dal 15 settembre e l’iniziativa è ora nelle mani delle forze delle YPG, la comandante delle YPG/YPJ Meysa Ebdo ha illustrato l’attuale situazione nella battaglia di Kobane per ANF.
Meysa Ebdo ha informato che le forze delle YPG/YPJ hanno colpito in modo importante le bande di ISIS sui tre fronti della città negli ultimi tre giorni, dicendo anche che hanno svolto operazioni con forze dell’ESL e dei peshmerga sul fronte occidentale.
Ebdo ha richiamato l’attenzione sull’importanza di queste operazioni in cui – ha detto – le forze di assalto delle bande sono state spezzate, in particolare nel villaggio di Mezra Ebosha dove le forze congiunte di operazione hanno inflitto gravi colpi ai rinforzi delle bande.
Meysa Ebdo ha detto che anche il fronte sud negli ultimi giorni è diventato un inferno per le bande e che l’iniziativa su quel fronte ora è nelle mani delle YPG.
La comandante delle YPG/YPJ ha fatto notare che suk fronte est le bande sono state spinte indietro e che le forze delle YPG sono avanzate dove si sono concentrati gli attacchi.
Meysa Ebdo ha notato che di fronte alla forte risposta, le bande di ISIS negli ultimi giorni hanno lanciato una nuova ondata di attacchi al valico di confine di Mürşitpınar da un’area vicina al confine, aggiungendo che questi attacchi sono stati respinti.
Ebdo ha anche dichiarato che è stato garantito un ambiente relativamente sicuro ora che la battaglia volge a favore delle YPG e che per questo molti residenti di Kobanê hanno iniziato a tornare nella città.
“L’iniziativa ora è delle nostre forze in tutte le aree “, ha sottolineato Ebdo facendo appello a tutti i giovani uomini e tutte le giovani donne lontani da Kobanê di tornare nella loro città e di unirsi ai ranghi delle YPG/YPJ per difendere Kobanê.
Riferendosi a una recente discussione sul fatto che Kobanê sarebbe una città araba, una tesi sostenuta principalmente dai media turchi e dal Primo Ministro e dal Presidente turchi, Ebdo ha detto che; “Questa discussione è un ragionamento sporco usato da alcuni poteri che mirano a creare un conflitto tra i popoli arabo e curdo che comunque stanno facendo cadere questo sporco gioco attraverso l’alleanza tra le forze Burkan Al Fırat e quelle delle YPG.
Fin dall’inizio abbiamo affermato la nostra lotta per una vita comune in una Siria democratica e libera. Kobanê è ovviamente una città curda, ma fa anche parte di una Siria democratica. Questa è una verità riconosciuta anche dalla popolazione araba. Stiamo conducendo la nostra lotta insieme ai rappresentanti del popolo arabo.”
fonte : Retekurdistan

mercoledì 5 novembre 2014

Il melograno del Rojava

Suruc è una cittadina di 100.000 abitanti nel kurdistan turco. Dopo l'avanzata dei tafkiri dell'Isis, sono stati aperti una decina di campi profughi aumentando la popolazione di altri 150000 rifugiati: due di questi sono gestiti direttamente dal governo turco, ospitano le popolazioni siriane e non è consentito accedervi. Gli altri otto sono gestiti dalla municipalità di Suruc, ospitano le popolazioni kurde scacciate dall'isis e non è stato facile, emotivamente parlando, entrarci.
Quando si entra nella cittadina di Suruc, nella piazza centrale si erge un monumento raffigurante una mano che stringe un melograno, frutto simbolo di questa terra e anche di questo periodo. Tant'è che anche di fronte alla piazza c'è dipinto un altro melograno aperto in due su una parete gigante. Questo bellissimo frutto, a nostro avviso, contiene in sé l'essenza e la sintesi del quadro politico e sociale che i kurdi vivono attualmente e lo utilizzeremo come metafora per raccontare questo secondo giorno di carovana che stiamo cercando di avviare al meglio delle condizioni possibili.
Prendiamo la nostra giornata e dividiamola in due, come quando si spacca il melograno: da un lato c'è la buccia che brilla di un amaranto irregolare e lo scrigno bianco, dall'altra, all'interno, custoditi come perle preziose, ci sono i chicchi.
L'amaro della buccia lo abbiamo assaporato questo pomeriggio quando siamo entrati all'interno dei campi profughi per distribuire i dolci ai bambini. Vedere centinaia di loro correre, a volte scalzi e magari senza genitori, aggrapparsi alle nostre braccia e riuscire comunque a ridere, vederci come un'ancora che distribuisce sicurezza, per noi che non c'è mai capitato di entrare in questi luoghi è stato qualcosa che ci ha lasciato senza parole e con le lacrime agli occhi. Distribuivamo delle merendine che per i nostri figli sarebbero state banali, eppure per loro erano un tesoro che fermava le lacrime e apriva un sorriso che si estendeva immediatamente ai loro occhi. Quando abbiamo finito di distribuire i dolcetti, siamo stati invitati ad entrare in una tenda per bere il tradizionale cay , il the che si beve ad ogni ora della giornata. In una tenda di otto mq saremmo stati in più di quindici; seduti in cerchio via hanno servito il cay e poi le donne hanno cominciato a intonare dei canti tradizionali ed altri che inneggiavano a Kobane e a tutta la resistenza kurda. A volte diventa facile capire una lingua che non si conosce, e le donne e gli uomini kurdi in questo sono maestri.
Quando siamo usciti da quegli accampamenti ci siamo diretti verso la postazione dove partono gli autobus per Mehser, il villaggio dove siamo ospiti, e quelli per Kobane. Nei secondi abbiamo visto tantissimi giovani ragazzi e nei loro occhi abbiamo intuito la fierezza e la determinazione di chi magari ha anche perso tutto, ma sa benissimo perché e contro chi si combatte: contro chi ha distrutto i propri villaggi e ucciso i propri cari e per un'idea nuova di libertà ed autonomia che si chiama Rojava. Ed è proprio il Rojava, Kobane e tutti villaggi liberi dei kurdi a comporre quel mosaico dei fantastici chicchi che trasformano l'amaro della buccia nel sapore unico dell'autonomia.
Stamattina sul confine fra Mehser e Kobane abbiamo sentito il rumore dell'artiglieria, l'odore della polvere da sparo e abbiamo riconosciuto il sapore del melograno. Perché se come crediamo questo mondo va ricostruito, bisogna farlo a partire dall'esempio che queste donne e questi uomini danno all'umanità.
E allora: che la lotta continui, che il simbolo della vittoria si posi su Kobane, che il Rojava si diffonda, che i melograni diventino anticorpi contro l'ignoranza e le malvagità di questo mondo! Lunga vita alle ribelli e ai ribelli di tutto il mondo!
Roberto Cipriano, cso Labàs

martedì 4 novembre 2014

Viaggio a Suruç

4 novembre 2014
Siamo arrivati a Suruç da meno di due ore, accolti da un calore immenso. Nel quartier generale del partito DBP c'è fermento. Le porte delle stanze si aprono in continuazione, la fila per arruolarsi per combattere i tafkiri (termine dispregiativo che indica gli estremisti dell'Isis, il cui significato letterale riguarda chi accusa gli altri di infedeltà, apostasia) cresce esponenzialmente durante il corso della giornata. Abbiamo la fortuna di incontrare Khaled Barkal, vice governatore del cantone di Kobane, che ci rilascia questa breve intervista. A margine cita un detto curdo: un leone è sempre un leone. Non importa se sia uomo o donna.
Siamo a SURUC e vorremmo sapere prima di tutto di Kobane . Qual è la politica del governo di Kobane ?
Vuoi sapere della politica riguardante il conflitto o più in generale la politica di governo?
Qual è la carta costituente del cantone di Kobane?
Come saprai a Kobane  noi siamo un'autonomia democratica. Noi siamo parte della Siria, ma proponiamo una Siria democratica, una Siria progressista, una Siria rappresentativa, una Siria equa che appartenga a tutti i siriani. Vorremmo questo mondo in tutte le zone. La nostra regione è il cantone di Kobane. Noi vorremmo lasciare libertà alla popolazione di scegliere la propria religione, la possibilità di autogovernarsi senza limitazioni, così che la gente possa decidere per se stessa. Ognuno è responsabile delle proprie azioni e ognuno viene giudicato solo per questo, senza guardare partiti o appartenenze religiose. Nel nostro cantone si combatte chi perseguita e giudica a partire dal proprio credo, che è quello che accade nel Daesh ( stato islamico, dispregiativo). Quella del Daesh è una guerra settaria e di discriminazioni. La nostra è una guerra ideologica. Chi ci fa la guerra ce la dichiara perché contrari alle nostre idee progressiste e contrari alla nostra idea di democrazia, ma soprattutto perché siamo riusciti a creare un'autonomia democratica e genuina. La nostra idea grida che la Siria è di tutti i siriani e siamo riusciti a rendere questo reale in tutto il Rojava ed anche nel cantone di Kobane. Questa è la più grande minaccia per i takfiri del Daesh.
Nella tua risposta ci sono molte domande che volevo porti. Qual è il ruolo delle donne a Kobane?
Dal punto di vista della rappresentanza fino ad arrivare al punto di vista del avoro della terra, la donna ha un ruolo centrale. Lo si vede come esempio nel ruolo che le donne ricoprono all'interno dell'Ypg. A differenza degli altri eserciti dove le donne hanno dei ruoli secondari e dove ci sono pregiudizi nei riguardi delle loro capacità, tra noi curdi e all'interno dell'Ypg non esiste assolutamente questa distinzione. Da noi nel Rojava non esiste nessuna separazione fra uomo e donna. Noi abbiamo delle donne che combattono mentre i mariti si occupano della casa e della terra.
Quando è nato l'Ypg? Cosa è? Da chi è formato? Curdi? Arabi? Stranieri che arrivano da fuori come volontari?
L'Ypg è nato come un contenitore che potesse essere riempito da chiunque lo desideri. Innanzitutto è composto da tutti coloro che hanno voluto difendere se stessi dagli assassini che si sono trovati di fronte nel proprio territorio. L'Ypg è stato riempito da tutti gli uomini e le donne dei villaggi che hanno subito scorribande a cui poi si sono uniti rivoluzionati da tutti i paesi del mondo: curdi, arabi, tedeschi...che però si uniscono per condividere l'idea di una Siria progressista, democratica che guarda ad una redistribuzione equa delle ricchezze, con nessuna separazione fra lo straniero che sceglie di vivere quelle terre, e l'arabo o il curdo che ci sono nati.

Come fa chi è in Europa, chi condivide questo pensiero a dare un aiuto concreto a Kobane?
Noi prendiamo tutti gli aiuti senza distinzione, anche volontari che vengono dalla Germania  e dagli Stati Uniti; hanno scelto di arruolarsi come combattenti nelle nostre fila. L'unica discriminante per chi viene da fuori è che sia mosso d'amore, e con ciò non si crea nessun problema in assoluto.
Come sta andando la guerra? 
Innanzitutto siamo tutti resistenti, tutta la nostra popolazione è la resistenza. Da oltre un mese e mezzo stiamo vivendo un conflitto devastante, una battaglia ad alta intensità. C'erano forze militari in Iraq, in Siria, che si sono opposte e che sono state spazzate via in poco tempo. Tutte le armi che i takfiri hanno preso, le hanno prese dagli eserciti in fuga, e hanno preso armi leggere e pesanti, corazzati, mezzi d'artiglieria e blindati anti proiettili e con questi hanno scorrazzato in lungo e in largo senza incontrare resistenze efficaci. Fino a quando non hanno trovato Kobane, fino a quando non hanno trovato noi. 
Daesh è riuscito a spazzare via l'intero esercito iracheno con tutti i suoi carri armati e armi avanzate in 24 ore. Eppure da un mese e mezzo hanno concentrato gran parte delle loro forze su una piccola città come quella del nostro cantone che non conta niente a livello geografico e militare. La resistenza ha difeso e continua a difendere questo piccolo pezzo di terra con sole poche armi leggere, rischiando di ritrovarsi le case bruciate, i parenti uccisi, ritorsioni di ogni genere. Perché queste persone sentono di difendere la comunità,  il comune, Kobane e tutto quello che rappresenta. Sentono che questa è la loro guerra, una guerra per la terra, una guerra per il futuro. Tutti i resistenti dicono che difenderanno Kobane fino all'ultima goccia di sangue e tutta la sua popolazione. E se i takfiri gridano "Kobane cadrà ", noi gridiamo "Kobane vivrà!" Inch' Allah.
Intervista a cura di Karim Franceschi dei Centri Sociali delle Marche, Sara Montinaro e Roberto Cipriano  Ya Basta! Bologna per www.globalproject.info

domenica 2 novembre 2014

Anche Rainews documenta come la Turchia appoggia ISIS

Dopo il video pubblicato dal Daily Mail  e altri video amatoriali dove si vedono combattenti dell'Isis scambiarsi saluti coi soldati turchi, in esclusiva per Rainews24, Gian Micalessin dalla città siriana di Qamishli ha documentato quelle che sembrano le prove del presunto appoggio di Ankara ai miliziani del terrore: Esclusiva Rainews.

Fermate la vendita delle donne schiave del sesso


Arresti per le manifestazioni pro Kobane

Decine di persone sono state poste sotto custodia in quattro centri con l’accusa di aver preso parte alle iniziative di solidarietà con Kobanê e alle proteste contro ISIS. La polizia turca e i corpi speciali hanno organizzato irruzioni nelle case nel distretto Tekman di Erzurum,nelmus distretto Nazili di Aydin,nel distretto Derik a Mardin e a Varto.Nelle irruzioni nelle case in questi centri,31 persone,per la maggior parte giovani,sono stati posti sotto custodia.I cittadini sono stati posti in detenzione con l’accusa di aver partecipato alle iniziative di solidarietà con Kobanê e aver protestato contro ISIS.