martedì 21 ottobre 2014
domenica 19 ottobre 2014
Il muro della vergogna tra Turchia e Kobane
Il report del primo giorno in Kurdistan degli attivisti Egidio Giordano e Luca Manunza
Pubblichiamo un testo inviatoci dagli attivisti partiti ieri per il Kurdistan ed arrivati nella città di Suruç,
la città curda sul confine turco che accoglie i profughi della
battaglia di Kobane che si svolge pochissimo oltre il confine. Il loro
scopo, è di fare informazione dal basso, video-documentare le voci di
chi è arrivato nei campi profughi da Kobane, ma anche di chi sul confine
cerca di sostenerli e subisce la repressione turca che è sempre attiva
in Kurdistan. E soprattutto cercano di capire con relazioni dirette
quali sono le forme per esprimere solidarietà internazionalista concreta
per le donne e gli uomini che si trovano là.
La prima impressione che abbiamo a poche
ore dall’arrivo a Suruç è quella di una città divisa. Da una parte il
tetro colore dell’esercito, che chiude cinicamente ogni varco, ogni
strada, ogni via d’accesso al confine e non contento si fa rifornire
ancora dal Governo di Ankara di mezzi per impermeabilizzare ancora di
più la frontiera. Dall’altra l’umanità viva e vera dei curdi. L’enorme
massa umana che si distribuisce tra i campi profughi in cui si accalcano
le famiglie (soprattutto anziani e bambini) dei partigiani che lottano
incessantemente dall’altra parte dei blocchi.
Una massa a cui si uniscono
progressivamente anche i feriti, che tornano indietro e superano il
confine per farsi curare, clandestinamente e rischiando l’arresto. Poi
ci sono i giovani, tanti ma non sappiamo ancora dire quanti, che si
accalcano sulle colline in attesa che si apra una porta. La sensazione
che si respira forte è che questa città stia solo aspettando di
speronare quel muro di soldati e vergogna per invadere Kobane e
riprendersi i territori dalle mani fasciste di ISIS.
Dall’altra parte, ci dicono, il cibo e
le munizioni stanno finendo, nonostante la resistenza continui e porti
risultati importanti. Suruç però sa cosa accade dall’altra parte, a una
manciata di chilometri, e preme per tendere la mano a chi resiste. Tra
poche ore incontreremo il sindaco della città e proveremo a farci
raccontare cosa è accaduto in queste ultime settimane in questo posto ai
confini dell’Europa, dove va in scena delle più eclatanti
rappresentazioni dell’ingiustizia delle frontiere e della necessità di
distruggerle.
Intanto a Kobane si combatte ancora,
infatti pochi minuti fa a 1 km dalla città si udivano spari ed
esplosioni, ed in questo momento sono iniziati i bombardamenti aerei
sulle basi d’appoggio dell’IS.
fonte : Global Project
Sciopero della fame per Kobane
18 ottobre:
Circa 4 mila detenuti del PKK e del PAJK(Parito della liberazione delle donne del Kurdistan) hanno avviato in 92 carceri i uno sciopero della fameper protestare contro la collaborazione del governo dell’AKP con ISIS di fronte agli attacchi in corso delle bande di ISIS alla città curda di Kobanê nel Kurdistan occidentale, il Rojava.
Allo sciopero irreversibile e a tempo indeterminato avviato dalle detenute del PAJK il 9 Ottobre a Gebze ,vi hanno aderito di migliaia di altri in 92 carceri dal 15 Ottobre.
Rilasciando un comunicato per conto dei detenuti, Deniz Kaya ha affermato che:”Come detenuti del PAJK e del PKK dichiariamo la nostra solidarietà ai combattenti delle YPG e delle YPJ e annunciamo che stiamo avviando uno sciopero della fame per condannare la collaborazione AKP-ISIS,l’atteggiamento ostile della polizia dell’AKP contro la rivolta della nostra gente,e continueremo questa azione fino a quando la minaccia del genocidio incombe su Kobane,fino a quando continuerà la collaborazione AKP-ISIS e fino a quando il governo aprirà un corridoio umanitarione nel Rojava.Se la nostra richiesta non verrà accolta radicalizzeremo la nostra azione.
Kaya ha anche chiesto al popolo curdo di aumentare la loro solidarietà con l’eroica resistenza di Kobanê e di esporre la collaborazione AKP-ISIS.
mercoledì 15 ottobre 2014
lunedì 13 ottobre 2014
Kobani, le lacrime di chi combatte per la vita
Mi sono ricordata di te e ho pianto. Azad ha una bella voce. Anche lui ha pianto quando stava cantando. Anche a lui manca sua madre che non vede da un anno.
Ieri abbiamo aiutato un amico ferito. É stato ferito da due proiettili. Non sapeva molto della seconda ferita quando stava indicando la prima pallottola nel petto. Stava sanguinando troppo dai suoi fianchi. Abbiamo fasciato la ferita e gli ho dato il mio sangue. Siamo nel lato est di Kobani, madre…A sole poche miglia ci troviamo tra noi e loro. Vediamo le loro bandiere nere, sentiamo le loro radio, qualche volta non capiamo cosa dicono quando parlano lingue straniere, ma possiamo dire che sono spaventati.
Noi siamo un gruppo di nove combattenti. Il più giovane Resho è di Afrin. Ha combattuto a Tal Abyad è si unito a noi. Alan è di Qamishlo, la zona migliore ,ha combattuto a Sere Kaniye e poi si è unito a noi. Ha qualche cicatrice sul suo corpo. Ci ha detto che sono per Avin. Il più vecchio è Dersim, viene dalle montagne di Kandil e sua moglie ha subito il martirio a Diyarbekir e lo ha lasciato con 2 bambini.
Siamo in una casa alla periferia di Kobani. Non sappiamo molto dei suoi proprietari. Ci sono foto di un uomo anziano e una di un giovane uomo con un nastro nero, un martire… C’è una foto di Qazi Mohamad, Mulla Mustafa Barzani, Apo e una vecchia mappa ottomana che cita il nome Kurdistan.
Non abbiamo avuto il caffè per un po‘, abbiamo scoperto che la vita è bella anche senza caffè. Onestamente non ho mai avuto un caffè buono come il vostro mamma. Siamo qui per difendere una città pacifica. Non abbiamo mai preso parte all’uccisione di nessuno, invece abbiamo ospitato molti feriti e rifugiati dei nostri fratelli siriani. Stiamo difendendo una città musulmana che ha decine di moschee. Le stiamo difendendo da forze barbare.
Mamma, io vi verrò a trovare una volta che questi sporca guerra, che è calata su di noi, sarà finita. Io sarò lì con il mio amico Dersim che andrà a Diyarbekir per incontrare i suoi figli. A noi tutti manca casa e vogliamo tornare, ma questa guerra non sa cosa significa mancare.
Forse non tornerò madre. Allora sii certa che ho sognato di vederti per così tanto tempo ma io non sono stata fortunata.
So che visiterete Kobani un giorno e cercherete la casa che ha visto i miei ultimi giorni… è sul lato est di Kobani. Parte di essa è danneggiata, ha una porta verde che ha molti buchi da colpi da cecchino e vedrete tre finestre, su di una sul lato est, vedrete il mio nome scritto in inchiostro rosso … Dietro quella finestra madre, ho aspettato contando i miei ultimi momenti, guardando la luce del sole mentre penetrava nella mia stanza dai fori di proiettile in quella finestra... Dietro quella finestra, Azad ha cantato la sua ultima canzone su sua madre, aveva una bella voce quando diceva “mamma mi manchi”.
tua figlia Narin (da Retekurdistan.it)
“Mi sono ricordata di te e ho pianto” scrive alla propria madre una miliziana kurda delle Unità di difesa del popolo asserragliata nella Kobanê assediata. E sembra di vederla quella mamma simile alle donne incontrate sulla via d’un più antico dolore.
Scempi che si rinnovano e trovano nuovi attori nei jihadisti dell’Isis che assediano il simbolo d’una speranza, mentre sono rinnegati da islamici pronti a rigettare ogni presunzione di guerra santa. Una santificazione che appare malata e percorre esaltazioni prodotte dall’imperialismo, quello arabo saudita da anni suggeritore e finanziatore di certo fondamentalismo, quello occidentale cui piace il fuoco della “pax romana”. Sembra la santificazione reazionaria della guerra ‘igiene del mondo’ percorsa dai nazionalismi più biechi, anche quando a cantarne le lodi erano aedi d’indubbie qualità letterarie come Ernst Jünger e Louis-Fernand Céline. Diversamente da loro c’è chi non crede alle guerre come “il più potente incontro fra popoli”. C’è chi come la guerriglia kurda le combatte, è costretta a combatterle, sia che si ribelli cercando una società nuova, sia che si difenda opponendo dignità e speranze, rincorrendo un futuro di vita, non di morte.
Non lanciamo manicheismi. Non si vuole santificare una parte e mostrare gli avversari come demoni senz’anima. Fuori da apriorismi ideologici, s’osserva un panorama fortemente ideologizzato che espone chiaramente da un lato il senso di coesione e gestione armonica dell’esistenza non inficiata da esasperazioni etniche, religiose, politiche, all’opposto un desiderio d’imposizione, omologazione, pensiero unico. Due tipologie di presente e futuro, una rivolta alla vita, la seconda oscura come i propri vessilli. Vorremmo leggere, se mai verrà scritta, la missiva d’un jihadista dell’Isis alla propria madre, per comprendere se al possibile lirismo mostrato da altri esaltatori della sopraffazione s’unisce l’afflato del sentimento. Ora abbiamo sotto gli occhi le descrizioni minute di chi ha un gran cuore: un manipolo di nove combattenti asserragliati in una casa difesa con armi leggere. Tutto mentre il nemico bombarda dalle colline e possibili ‘alleati’ sono fermi sul proprio confine. C’è speranza nella mente della guerrigliera Narin, c’è anche l’ipotesi di non poter vedere cosa accadrà domani. E lo strazio delle madri che sopravvivono ai figli è attenuato solo dall’ideale di trovare nel loro sacrificio un percorso che continua. Salvare Kobanê è l’impegno di Narin e dei guerriglieri dell’Ypg perché la vita prosegua.
fonte contropiano.org
domenica 12 ottobre 2014
ISIS attacca i civili vicino al confine
11 ottobre
In un comunicato che annuncia il bilancio degli scontri che hanno avuto luogo tra venerdì e sabato mattina,il centro stampa delle YPG ha dichiarato che l’avanzata di ISIS è stata fermata sui fronti orientale,occidentale e meridionale.
Le YPG hanno riferito che 70 membri delle bande sono stati uccisi e che anche gli attacchi aerei degli ultimi giorni si sono dimostrati influenti e hanno contribuito a infliggere perdite alle bande.
Le YPG hanno anche affermato che 5 combattenti sono morti negli scontri nelle ultime 24 ore.Affermano che le loro forze stanno resistendo con una forte determinazione e spirito di devozione contro le bande che attaccano con tutte le loro forze da est,ovest e a sud di Kobanê con l’obbiettivo di impadronirsi della città.
Le YPG hanno richiamato l’attenzione che”le bande hanno un alto vantaggio tecnico,ma,di fronte alla forte risposta delle nostre forze,hanno quindi difficoltà nell’ avanzare nel centro della città, e adesso hanno iniziato a lanciare attacchi suicidi e a bombardare i civili in città e nelle zone vicino ai confini.
I duri scontri che sono iniziati ieri mattina a est di Kobanê sono continuati fino a questa mattina,affermano le YPG aggiungendo:”Le nostre forze,lanciando offensive di volta in volta, hanno fermato l’avanzata delle bande, per quanto abbiamo potuto accertare ,29 membri delle bande sono stati uccisi sul fronte orientale”.
Il comunicato informa che sul fronte meridionale le bande hanno avviato bombardamenti con carri armati e artiglieria sulle postazioni delle forze delle YPG:”Mentre le bande hanno tentato di avanzare attraverso i bombardamenti,le nostre forze hanno risposto duramente e per quanto possa essere uccidendone 17 membri”.
Poichè sono stati ostacolati sul fronte orientale e meridionale, le bande hanno tentato di ottenere alcuni risultati attraverso l’uso di camion carichi di esplosivo.
1 attacco suicida sul fronte orientale, e un altro sul fronte meridionale sono stati impediti prima che i camion carichi di esplosivo raggiungessero le postazioni delle YPG ed i camion sono stati distrutti nelle loro aree.
Sul fronte occidentale,afferma il comunicato,le forze delle hanno YPG la scorsa notte hanno lanciato un’operazione contro una base delle bande situato appena fuori della città.Due veicoli sono stati distrutti e 22 loro membri sono stati uccisi nell’attacco.
Il comunicato afferma che 5 combattenti delle YPG sono caduti negli scontri.Le YPG hanno anche condiviso informazioni sugli attacchi aerei delle forze della coalizione:””A parte gli scontri tra le nostre forze e le bande di ISIS,nei giorni scorsi sono stati effettuati attacchi aerei da parte della coalizione attorno a Kobanê.
Gli attacchi aerei della coalizione hanno dimostrato essere influenti infliggendo perdite sulle bande.Hanno dimostrato che è importante che gli attacchi aerei continuino in modo più influente al fine di rompere la forza delle bande e di respingerle.
Kobane: la resistenza curda respinge di nuovo i jihadisti
11 ottobre:
Secondo le notizie rilanciate da numerosi media locali, i combattenti delle milizie popolari sarebbero riuscite a bloccare durante la notte l'avanzata dei jihadisti dello Stato islamico verso il centro della città di Kobane, nel Rojava siriano al confine della Turchia.
"C'è stato un assalto dell'Isis dalla parte meridionale della città, con l'obiettivo di raggiungere il centro, ma è stato respinto dai combattenti curdi dopo violenti combattimenti" ha spiegato alla France presse Rami Abdel-Rahman, il direttore dell'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, una ong vicina ai ribelli islamisti 'moderati' con base a Londra.
Scontri sporadici sono in corso questa mattina nella zona meridionale, sud-occidentale e orientale della città, e all'alba la coalizione internazionale guidata dagli Usa ha lanciato due nuovi raid aerei nel sud e nell'est della zona.
In queste ore i combattenti curdi stanno anche lanciando "operazioni speciali" nell'est della città, penetrando nelle zone controllate dall'Isis per uccidere membri dell'organizzazione jihadista e ritirarsi poi nelle loro postazioni.
I jihadisti dello Stato islamico hanno conquistato ieri una porzione consistente della città, compreso il quartier generale delle forze curde. A cadere nelle mani dell'Isis era stata ieri l'intera "area di sicurezza" cittadina, che comprende il complesso militare delle Unità di protezione del popolo (YPG), la base di Assayech e la sede del consiglio locale.
Intanto ieri sera era arrivato a 31 morti e a più di 360 feriti il bilancio ufficiale dei quattro giorni di violenta repressione da parte delle forze di sicurezza turche contro le manifestazioni dei curdi e dei gruppi della sinistra antimperialista turca che sono scesi in piazza in tutto il paese contro la complicità del regime islamista di Erdogan con lo Stato Islamico. A fornire il bilancio è stato il ministro degli Interni turco Efkan Ala nel corso di una conferenza stampa realizzata ad Ankara. La stragrande maggioranza delle vittime sono manifestanti curdi, a volte giovanissimi (c'è anche un bambino di otto anni) falciati dalle pallottole sparate dai militari, dai poliziotti ma anche dai membri dell'estrema destra turca legata ai 'Lupi Grigi', e di organizzazioni islamiste radicali come Hezbollah (movimento fondamentalista sunnita turco fondato negli anni '80 e che non ha nulla a che fare con l'omonimo partito sciita libanese) o i 'cugini' curdi di Huda-par. Negli scontri hanno perso la vita anche due poliziotti e 139 sono rimasti feriti.
I civili feriti sono stati 221, in 35 città nelle quali sono scoppiati gli scontri. Oltre mille i fermati, 58 dei quali poi arrestati formalmente. "Negli scontri 778 edifici sono stati danneggiati o distrutti tra cui 212 scuole, 67 stazioni di polizia, 25 uffici pubblici e 29 sedi di partiti politici" ha dichiarato il ministro del governo Davutoglu.
fonte : Contropiano
sabato 11 ottobre 2014
venerdì 10 ottobre 2014
Lettera di una combattente alla madre da Kobane
10 ottobre
Mi sono ricordata di te e ho pianto.Azad ha una bella voce.Anche lui ha pianto quando stava cantando.Anche a lui manca sua madre che non vede da un anno.
Ieri abbiamo aiutato un amico ferito.É stato ferito da due proiettili.Non sapeva molto della seconda ferita quando stava indicando la prima pallottola nel petto.Stava sanguinando troppo dai suoi fianchi.Abbiamo fasciato la ferita e gli ho dato il mio sangue.Siamo nel lato est di Kobani,madre…A sole poche miglia ci troviamo tra noi e loro.Vediamo le loro bandiere nere,sentiamo le loro radio,qualche volta non capiamo cosa dicono quando parlano lingue straniere,ma possiamo dire che sono spaventati.
Noi siamo un gruppo di nove combattenti.Il più giovane Resho è di Afrin.Ha combattuto a Tal Abyad è si unito a noi.Alan è di Qamishlo,la zona migliore,ha combattuto a Sere Kaniye e poi si è unito a noi.Ha qualche cicatrice sul suo corpo.Ci ha detto che sono per Avin.Il più vecchio è Dersim, viene dalle montagne di Kandil e sua moglie ha subito il martirio a Diyarbekir e lo ha lasciato con 2 bambini.
Siamo in una casa alla periferia di Kobani.Non sappiamo molto dei suoi proprietari.Ci sono foto di un uomo anziano e una di un giovane uomo con un nastro nero, un martire …C’è una foto di Qazi Mohamad, Mulla Mustafa Barzani, Apo,e una vecchia mappa ottomana che cita il nome Kurdistan.
Non abbiamo avuto il caffè per un po‘, abbiamo scoperto che la vita è bella anche senza caffè. Onestamente non ho mai avuto un caffè buono come il vostro mamma. Siamo qui per difendere una città pacifica. Non abbiamo mai preso parte nell’uccisione di nessuno,invece abbiamo ospitato molti feriti e rifugiati dei nostri fratelli siriani. Stiamo difendendo una città musulmana che ha decine di moschee. Le stiamo difendendo da forze barbare.
Mamma, io vi verrò a trovare una volta che questa sporca guerra ,che è stata costretta su di noi, è finita.Io sarò lì con il mio amico Dersim che andrà a Diyarbekir per incontrare i suoi figli.A noi tutti manca casa e vogliamo tornare,ma questa guerra non sa cosa significa mancare.
Forse non tornerò madre.Allora sii certa che ho sognato di vederti per così tanto tempo ma io non sono stata fortunata.
So che visiterete Kobani un giorno e cercherete la casa che ha visto i miei ultimi giorni …è sul lato est di Kobani. parte di essa è danneggiata,ha una porta verde che ha molti buchi da colpi da cecchino e vedrete 3 finestre,uno sul lato est, vedrete il mio nome scritto in inchiostro rosso …
Dietro quella finestra madre, ho aspettato contando i miei ultimi momenti, guardando la luce del sole mentre penetrava nella mia stanza dai fori di proiettile in quella finestra ..
Dietro quella finestra, Azad ha cantato la sua ultima canzone su sua madre, aveva una bella voce quando diceva “mamma mi manchi”.
MAMMA MI MANCHI Tua figlia, Narin
mercoledì 8 ottobre 2014
Kobanê è sola?
Pubblichiamo con piacere questo contributo di Sandro Mezzadra apparso su Euronomade che, oltre a inquadrare con lucidità la genealogia della resistenza che si sta portando avanti a Kobanê, dà anche una prospettiva di mobilitazione europea. Un movimento contro la guerra può essere ricompositivo e trasversale a tutto il continente nel momento in cui si posiziona contro i motivi del conflitto, trovando un filo conduttore con la straordinaria esperienza della Rojava: una nuova forma di vita comunitaria basata sull'autogoverno inconciliabile con la guerra stessa. Contrapporsi allo scontro armato non vuol dire vedere ogni sua componente in modo indifferenziato: significa scendere in piazza perché si crede che l'autogoverno, l'inclusività della cittadinanza oltre i nazionalismi, l'uguaglianza reale di diritti e decisionale sia una condizione necessaria alla cessazione della guerra. Questo è ciò che impariamo dalla grandiosa lotta dei e delle curdi/e. Buona lettura.
Nei giorni scorsi, H&M ha lanciato per l’autunno una linea di capi d’abbigliamento femminili chiaramente ispirata alla tenuta delle guerrigliere curde le cui immagini sono circolate nei media di tutto il mondo. Più o meno nelle stesse ore, le forze di sicurezza turche caricavano i curdi che, sul confine con la Siria, esprimevano la propria solidarietà a Kobanê, che da settimane resiste all’assedio dello Stato islamico (IS). Quel confine che nei mesi scorsi è stato così poroso per i miliziani jihadisti oggi è ermeticamente chiuso per i combattenti del PKK, che premono per raggiungere Kobanê. E la città curda siriana è sola davanti all’avanzata dell’IS. A difenderla un pugno di guerriglieri e guerrigliere delle forze popolari di autodifesa (YPG/YPJ), armati di kalashnikov di fronte ai mezzi corazzati e all’artiglieria pesante dell’IS. Gli interventi della “coalizione anti-terrorismo” a guida americana sono stati – almeno fino a ieri – sporadici e del tutto inefficaci. Già qualche bandiera nera sventola su Kobanê.
Ma chi sono i guerriglieri e le guerrigliere delle YPG/YPJ? Qui da noi i media li chiamano spesso peshmerga, termine che evidentemente piace per il suo “esotismo”. Peccato che i peshmerga siano i membri delle milizie del KDP (Partito Democratico del Kurdistan) di Barzani, capo del governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno: ovvero di quelle milizie che hanno abbandonato le loro posizioni attorno a Sinjar, all’inizio di agosto, lasciando campo libero all’IS e mettendo a repentaglio le vite di migliaia di yazidi e di appartenenti ad altre minoranze religiose. Sono state le unità di combattimento del PKK e delle YPG/YPJ a varcare i confini e a intervenire con formidabile efficacia, proseguendo la lotta che da mesi conducono contro il fascismo dello Stato islamico.
kobaneSì, perché è pur vero che l’IS è stato “inventato” e favorito da emirati, petromonarchie, turchi e americani: ma sul terreno non è altro che fascismo. Ce lo ricorda l’ultima pallottola con cui si è uccisa l’altro giorno a Kobanê la diciannovenne Ceylan Ozalp, pur di non cadere nelle mani degli aguzzini dell’IS. Qualcuno l’ha chiamata kamikaze: ma come non vedere il nesso tra quella pallottola (tra quell’estremo gesto di libertà) e la pastiglia di cianuro che, dall’Italia all’Algeria e all’Argentina, hanno portato in tasca generazioni di partigiani e combattenti contro il fascismo e il colonialismo?
E come non vedere le ragioni per cui l’IS ha concentrato le proprie forze su Kobanê? La città è il centro di uno dei tre cantoni (gli altri due sono Afrin e Cizre) che si sono costituiti in “regioni autonome democratiche” di una confederazione di “curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni”, come recita il preambolo della straordinaria Carta della Rojova (come si chiama il Kurdistan occidentale o siriano). È un testo che parla di libertà, giustizia, dignità e democrazia; di uguaglianza e di “ricerca di un equilibrio ecologico”. Nella Rojova il femminismo è incarnato non soltanto nei corpi delle guerrigliere in armi, ma anche nel principio della partecipazione paritaria a ogni istituto di autogoverno, che quotidianamente mette in discussione il patriarcato. E l’autogoverno, pur tra mille contraddizioni e in condizioni durissime, esprime davvero un principio comune di cooperazione, tra liberi e uguali. E ancora: coerentemente con la svolta anti-nazionalista del PKK di Öcalan, a cui le YPG/YPJ sono collegate, netto è il rifiuto non solo di ogni assolutismo etnico e di ogni fondamentalismo religioso, ma della stessa declinazione nazionalistica della lotta del popolo curdo. E questo nel Medio Oriente di oggi, dove per ragioni confessionali o etniche semplicemente si scanna e si è scannati.
Basta ascoltare le parole dei guerriglieri e delle guerrigliere dell’YPG/YPJ, che non è difficile trovare in rete, per capire che questi ragazzi e queste ragazze, questi uomini e queste donne hanno preso le armi per affermare e difendere questo modo di vivere e di cooperare. È facile allora capire le ragioni dell’offensiva dell’IS contro Kobanê. Ma è facile anche capire perché non intervengano a sua difesa i turchi, colonna della NATO nella regione, e perché sia così “timido” l’appoggio della “coalizione anti-terrorismo”. Vi immaginate che cosa possono pensare gli emiri del Golfo dell’esperimento della Rojova e del principio della parità di genere? E gli americani, gli “occidentali”? Be’, le ragazze che sorridono con il kalashnikov in mano saranno pure glamour, ma per gli USA e per la UE il PKK è pur sempre un’organizzazione “terroristica”, il cui leader è stato consegnato alle galere turche dall’astuzia della “volpe del tavoliere” (Massimo D’Alema, per chi non ricordasse). E d’altronde: non è nato come organizzazione marxista-leninista, il PKK? Dunque, si tratta pur sempre di comunisti.
YGPE allora? Dovremmo essere noi a rivendicare quel comunismo, a scendere in strada e a schierarci a difesa di Kobanê e della Rojova. A reinventare a partire da qui, del tutto materialmente, l’opposizione alla guerra. Nella Rojova dobbiamo riconoscere le connessioni con la nostra storia più recente, dobbiamo essere in grado di ascoltare gli echi di Seattle, di Genova, dello zapatismo. Perché questi echi ci sono. E dobbiamo soprattutto vedere che se c’è un filo di continuità che si dipana dalle rivolte nel Maghreb e nel Mashreq del 2011, passando attraverso il 15M spagnolo e occupy, le sollevazioni brasiliane e turche dello scorso anno, quel filo oggi passa per le strade di Kobanê e della Rojova.
La guerra lambisce oggi i confini dell’Europa, entra nelle nostre città attraverso i movimenti di donne e uomini in fuga, quando non restano sui fondali del Mediterraneo. Ma, dentro la crisi, la guerra minaccia anche di saldarsi con l’irrigidimento dei rapporti sociali e con il governo autoritario della povertà. Guerra e crisi: non è un binomio nuovo. Ma nuove sono le forme con cui si presenta: nella relativa crisi dell’egemonia statunitense, che costituisce un tratto saliente di questa fase della globalizzazione, la guerra dispiega la propria violenza “destituente” senza che all’orizzonte si profilino scenari realistici – fossero pure a noi avversi – di “ricostruzione”. Le vicende della “coalizione anti-terrorismo” sono una plastica illustrazione di questa impasse.
Rompere l’impasse è una condizione necessaria perché le stesse lotte contro l’austerity in Europa abbiano successo. Ed è possibile soltanto affermando in modo del tutto materiale principi di organizzazione della vita e rapporti sociali radicalmente inconciliabili con le ragioni della guerra: è per questo che l’esperienza della Rojova assume per noi caratteri esemplari. Mentre a Kobanê si combatte casa per casa, migliaia di persone manifestano a Istanbul e in altre città turche, scontrandosi con la polizia, e centinaia di curdi hanno fatto irruzione nel Parlamento europeo di Bruxelles. Si sente spesso dire che chi parla di un’azione politica a livello europeo pecca d’astrazione. Ma provate a immaginare quale sarebbe la situazione in questi giorni se a fianco dei curdi ci fosse un movimento europeo contro la guerra, capace di una mobilitazione analoga a quella del 2013 contro l’attacco all’Iraq ma finalmente con un interlocutore sul terreno! Non ve ne sono le condizioni? Ragion di più per impegnarsi a costruirle. È un sogno? Qualcuno diceva che per vincere bisogna sognare.
Notizie da Kobani
7 ottobre 2014
Nei quartieri a est di Kobanê sono in corso intensi e violenti scontri tra le bande di ISIS che stanno compiendo attacchi intensificati contro Kobanê e le forze delle YPG che resistono eroicamente agli attacchi. Anche gli attacchi di ISIS dal fronte sud incontrano una forte resistenza da parte delle YPG.
La storica resistenza di Kobanê contro gli attacchi delle bande continua eroicamente per il 22° giorno. Secondo informazioni da un reporter di ANHA sul posto, gli attacchi di ISIS che entrava nei quartieri a est di Kobanê sono proseguiti per tutta la notte. Rispondendo con forza agli attacchi, i combattenti delle YPG hanno inflitto gravi perdite alle bande. Mentre dagli attacchi non hanno ottenuto risultati, le bande hanno avuto dozzine di perdite.
Violenti scontri hanno avuto luogo sui fronti sud, est e ovest della città per tutta la notte. Mentre non è stato chiarito l’esatto numero delle perdite subite dalle bande, viene riferito che gli scontri nelle prime ore del mattino si sono intensificati sui fronti a est e a sud.
Il sacrificio di Arîn Mirkan, la linea della resistenza delle YPG
6 ottobre 2014
Il centro stampa delle YPG (Unità di Difesa del Popolo) ha rilasciato una dichiarazione sugli ultimi scontri a sud e a est di Kobanê, in cui si afferma che ci sono stati combattimenti corpo a corpo in 50 punti. Ha anche annunciato che una donna combattente, Arîn Mirkan, ha condotto un attacco suicida a Miştenur. Le YPG hanno affermato che 74 componenti delle bande [di ISIS] sono stati uccisi e che anche 15 combattenti [delle YPG] hanno perso la vita nel corso di scontri.
Le YPG hanno anche fornito dettagli sull’identità della combattente della YPJ Arîn Mîrkan che si è sacrificata in un attacco contro postazioni delle bande a Miştenur.
Combattimenti corpo a corpo in 50 punti
Le YPG hanno riferito che “Le nostre forze stanno continuando a resistere agli attacchi delle bande [di ISIS] contro Kobanê, che sono ora al 20° giorno. Dalla prima mattina di oggi ci sono stati combattimenti corpo a corpo nelle zone di Megtel e Botan nel sud e nell’est della città. Abbiamo accertato che 74 componenti delle bande [di ISIS] sono stati uccisi in questi scontri.”
Sono morti 15 combattenti delle YPG/YPJ
La dichiarazione afferma che 15 combattenti delle YPG/YPJ sono morti eroicamente resistendo agli attacchi delle bande [di ISIS] contro Kobanê
Il sacrificio di Arîn Mirkan, la linea della resistenza delle YPG
“La compagna Arîn, una delle 15 nostre compagne e compagni caduti, ha condotto un’azione contro le bande [di ISIS] sacrificando la sua vita. Con questa azione ha ucciso dozzine di componenti delle bande [di ISIS] e dato prova della determinazione della resistenza delleYPG e YPJ. Se necessario, tutti i/e le combattenti delle YPG e YPJ seguiranno il suo esempio e alle bande [di ISIS] non verrà permesso di raggiungere il loro obiettivo di conquistare”, hanno sottolineato le YPG e fornito i seguenti dati sull’identità della combattente delle YPJ:
Nome di battaglia: Arîn Mîrkan
Nome e Cognome: Dilar Gencxemîs
Nome della madre: Wahîde
Nome del padre: Şûkrû
Luogo di nascita: Afrîn
Caduta il: 5 ottobre 2014 a Kobanê.
Salih Muslim:Chi ha intenzione di agire deve agire ora
6 ottobre 2014
Il co-presidente del PYD Salih Muslim ha richiamato l’attenzione sull’intensificarsi degli attacchi a Kobanê, dicendo:”chi ha intenzione di agire dovrebbe farlo ora.Che il nostro popolo si sollevi adesso ovunque.”Muslim ha aggiunto che hanno informato tutti gli organismi internazionali sugli attacchi a Kobanê,e che sono rimasti in silenzio,chiedendo alle forze internazionali un intervento urgente.
Il co-presidente del Partito dell’Unione Democratica (PYD) Salih Muslim ha riferito ad ANF che gli attacchi delle bande di ISIS stavano continuando e che c’erano scontri nei quartieri esterni della città. Muslim ha aggiunto :”Le YPG e le YPJ e la popolazione di Kobanê stanno sostenendo una grande resistenza.Tutti devono vederlo e dimostrare solidarietà”.
Salih Muslim ricorda che il popolo curdo sta fronteggiando il massacro aggiungendo:”Il mondo è rimasto in silenzio come se in collaborazione con questi massacri.Tutto sta avendo luogo di fonte a loro,ma non fanno niente.Vogliamo armi,ma non vogliono nemmeno vendercele”.
I curdi dovrebbero insorgere ovunque
Salih Muslim ha anche condannato lo stato turco per aver attaccato le popolazioni che aspettano al confine, affermando:La gente preoccupata per i loro parenti è andata al confine.Li hanno attaccati con gas lacrimogeni.I razzi di ISIS cadono su questo lato,ma loro collaborano ancora con ISIS.
Il co-presidente del PYD ha aggiunto che hanno informato tutti gli organismi internazionali sugli attacchi a Kobanê, dicendo:”Dicono che abbiamo ragione ma non dicono nulla.Gli Stati Uniti hanno bombardato alcune posizioni attorno a Kobanê,ma non è sufficiente.Se gli Stati Uniti erano seri potevano respingerli in breve tempo”.
Salih Muslim ha chiesto al popolo curdo di intensificare le proprie azioni,aggiungendo:”chi ha intenzione di agire dovrebbe farlo ora.Che il nostro popolo si sollevi adesso ovunque”.
giovedì 24 aprile 2014
La mia amica Leyla
Leyla ha 37 anni, capelli neri, lunghi e fluenti , occhi scuri e penetranti , il sorriso dolce e ribelle. E' una partigiana del PKK, da 15 anni in carcere, accusata di separatismo, ne deve scontare ancora altri 20.
Per i primi 5 anni , dopo l'arresto , la detenzione in incommunicado e le torture subite , è stata rinchiusa in un carcere di tipo F, di massima sicurezza. Era sola in cella, aveva solamente un'ora di aria , in un cortiletto unicamente per lei, da cui non vedeva nemmeno il sole , non aveva contatti con le altre detenute politiche , le uniche persone che poteva vedere erano le guardie carcerarie , alcune violente , altre meno.
In seguito è stata trasferita in un'altra prigione , tipo E , dove aveva compagne di cella, poteva leggere, studiare , incontrare, attraverso una grata ,i familiari, uscire nel cortile insieme alle altre. Ma questo carcere era molto più lontano dalla residenza della famiglia, per cui il costoso e lungo viaggio per la madre e la sorella diventava problematico.
Da 6 mesi, Leyla è stata nuovamente trasferita, ancor più lontano, vicino al mar Nero, lei che ,con la famiglia, abitava a Wan. Le condizioni sono migliori, ma la lontananza pesa parecchio. Qui finalmente ha potuto, dopo 15 anni, toccare ed abbracciare sua madre e i suoi familiari, lo può fare, però, una volta al mese.
Da 4 anni condivide la cella anche con sua sorella, condannata per aver preso parte ad una manifestazione studentesca per denunciare le condizioni carcerarie inumane e degradanti di Ocalan, era un corteo pacifico.
Leyla è la mia “ amica di penna”, ci scriviamo da diversi anni. Non è facile, perchè non conosco la lingua turca , che usiamo per comunicare, per cui ho bisogno di qualche amica o amico che mi traducano la lettera che ricevo e quella che spedisco. Si potrebbe usare un altro idioma, l'inglese, ad esempio, ma la censura del carcere le chiederebbe 100 euro per ogni lettera che riceve.
Ho conosciuto anche la madre di Leyla, , qualche mese prima che il terremoto devastasse Wan e la sua casa.Da bambina Leyla e la sua famiglia abitavano in un villaggio , avevano un po' di terra e vivevano di quella. Negli anni '90 i militari turchi lo distrussero , per cui, senza più nulla ,furono costretti a trasferirsi nei sobborghi della città più vicina, Wan, dove la loro vita diventò un inferno, senza lavoro, con i figli da mantenere e con la continua e violenta oppressione turca.
Il padre si ammalò, e la madre fece ogni sacrificio possibile per mandare i figli a scuola.
A scuola si deve essere turchi, parlare il turco e comportarsi come turchi, loro che sono kurdi, che parlano un'altra lingua e proprio i turchi hanno distrutto la loro vita , la loro casa e la loro terra . A 18 anni Leyla si unisce ai partigiani del Pkk, perchè non può più sopportare l'arrogante ferocia dei militari , anche il fratello va in montagna, mentre la sorella minore continua gli studi e quella maggiore aiuta la madre.
Leyla a 22 anni viene catturata, mentre il fratello viene sequestrato dai militari, solo da pochi mesi si è saputo il luogo in cui è stato ucciso e dove è sepolto.
Quasi tutte le famiglie kurde hanno una storia simile, credo che sia giusto , almeno, dar voce alle loro voci.
Nelly
domenica 20 aprile 2014
Rezan & Ayşe, il cuore nella lotta
Le 2 sindache kurde più combattive e toste , che abbiamo incontrato durante la nostra settimana al Newroz...il filmato su Rezan & Ayse è visibile su youtube ... e
visto che si avvicina il 25 aprile, per ciascuna di loro "esistere è resistere"!
Hasta la victoria
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